Ma l’appartenenza alla Ue non si tocca. Ecco 5 buone ragioni

Europa
unione-europea-nubi

Con tutti i problemi dell’euro, i benefici restano comunque enormi

Matteo Renzi dovrebbe cominciare a pensare ad una campagna per spiegare agli italiani i benefici che ci derivano dall’appartenenza all’Unione Europea.

Senza propagandismi ma affrontando il tema con concretezza, perché informare e prevenire è meglio che curare. Sono troppi i segnali e in troppi paesi, di scollamento dai principi della convivenza pacifica che ci ha portato prima al Mercato unico e poi all’euro.

La Brexit si sta trasformando in uno spot anti-europeista (lascia l’Unione, abbassa le tasse, attrai capitali e vivrai felice), in Olanda, Ungheria, Repubblica Ceca e Austria ci saranno votazioni e referendum che di fatto metteranno sul piatto l’appartenenza o meno a Schengen e al piano Juncker sul ricollocamento delle persone.

In Francia, complici la crisi e il terrorismo islamico, la libera circolazione di fatto è sospesa da tempo e le elezioni presidenziali del 2017 potrebbero diventare il definitivo trampolino di lancio di Marine Le Pen e del suo Front National, cosa che costringerà sinistra e centrodestra a fare un’ammucchiata per evitare la débacle.

Anche Angela Merkel, la più stoica per certi versi, è sotto pressione dal successo del partito xenofobo Alternativa per la Germania e dai mal di pancia di milioni di risparmiatori per i tassi sottozero derivanti dal Quantitative Easing della Bce e per l’eccessiva apertura delle frontiere ai migranti.

Insomma l’aria non è buona e anche in Italia cresce, prima timidamente e ora in modo costante, l’euroscetticismo (l’Eurobarometro colloca da un po’ di tempo in fondo alla graduatoria di chi ha fiducia nell’Ue). Qualcuno arriva pure a pensare di lasciare la moneta unica e non per provocazione, adducendo la riconquista di una sovranità monetaria effettivamente perduta dal 2002 ad oggi.

E’ ora di fare un’operazione verità ammettendo anche che di elementi a supporto dell’eurofobia ce ne sono, purtroppo, e molti.

Il Pil pro capite dei paesi dell’Est, che oggi vogliono ridurre il potere di Bruxelles,  tra il 2001 e il 2015 è aumentato oltre il 100%, mentre nell’Eurozona, salvo l’Irlanda (+24%), si è fermato ad una crescita del +15% in Germania, con l’Italia fanalino di coda. E oggi i primi fanno concorrenza ai secondi, godendo di fondi e tassi di crescita superiori.

La distribuzione della ricchezza ha peggiorato la divisione tra le classi sociali (tra il 2011 e il 2013 in Grecia e Italia sono aumentati i milionari, in corrispondenza con la crisi dei debiti sovrani) e lo stesso potere d’acquisto, col passaggio alla nuova valuta e un aumento dei prezzi di molti beni di consumo, si è ridotto per molte categorie di lavoratori dipendenti.

Sembrerebbe emergere un effetto negativo dell’europartecipazione che viene esaltato ancor di più dalla crisi economica che imperversa dal 2008. Ma tutto questo è davvero colpa dell’Europa e delle sue pur imperfette istituzioni e non invece esito degli errori dei governi nazionali? E’ giustificabile un ritorno al passato?

A mio parere no. Ci sono almeno cinque risposte da dare a chi pensa che l’Unione Europea sia da abbandonare, come ha fatto Londra. La prima è immediata ma non scontata: accordi, trattati e alleanze comunitari, saranno pure stati macchinosi e non in odore di santità costituzionale, ma hanno riportato la pace in Europa da settanta anni, dopo due guerre mondiali devastanti, milioni di morti e l’orrore dell’Olocausto.

Chi sostiene che l’Unione causerà un nuovo conflitto non ha prove, mentre è probabile che proprio questa appartenenza abbia evitato scontri più gravi nei paesi dell’Est Europa nel pieno dell’emergenza migranti.

In secondo luogo, professare il ritorno a confini e monete nazionali è la negazione del fatto che milioni di giovani nati nel nuovo millennio danno invece per naturale la loro identità europea e, dove possibile e grazie anche ai tanti programmi della Commissione, trovano sbocchi formativi e di lavoro. La loro patria è l’Europa, la loro moneta l’euro, il loro passaporto la libertà di movimento.

I governi in questo momento possono offrirgli di più in patria? La terza considerazione va fatta per la moneta unica. Essa ha rotto un monopolio millenario del dollaro, instaurando nuovi rapporti di forza commerciali con i grandi paesi e le grandi economie.

L’euro è imperfetto ma forte, tutte le banche centrali lo annoverano fra le proprie riserve e il suo cambio è più che solido.

Un quarto elemento per dire ancora sì all’Unione è la discesa dei tassi d’interesse dopo il 2002. In Italia grazie al calo del costo dell’eurodenaro molti italiani hanno potuto acquistare una casa con mutui molto più vantaggiosi mentre gli investimenti sono diventati più redditizi.

Coloro che suggeriscono peraltro il ritorno alla lira, per far ricomprare tutto il debito pubblico dalla Banca d’Italia, dimenticano che ciò non è possibile per il divorzio dal Tesoro, sancito ben prima di Maastricht e fanno finta di non sapere che un conto è svalutare rispetto ad una dozzina di monete (come accadde quando uscimmo dallo Sme), un altro è perdere terreno contro l’euro (come invece accadde in Argentina, quando saltò la parità tra peso e dollaro).

Infine, un’ ultima considerazione. In molti, compreso chi scrive, hanno criticato l’eccessiva leadership tedesca in Europa. Berlino pensa che ciò che è buono per la sua economia lo è anche per quella degli altri paesi. Qualcuno, neanche troppo scherzando, ha parlato di ‘Quarto Reich’ per stigmatizzare una però effettiva egemonia teutonica nella sala comandi. La sua tendenza a guidare sembra innata, ma la Germania, senza i vincoli che la legano a tutte le altre capitali, agirebbe nello stesso identico modo, libera come un panzer nella pianura.

Per italiani, francesi, per gli stessi inglesi, sarebbe un vantaggio?

Vedi anche

Altri articoli