Ma la presenza diffusa resta essenziale

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Considerazioni stimolate dal bell’articolo di Antonio Funiciello

Al di là del titolo troppo spettacolare del Foglio che definisce l’articolo “manifesto per il nuovo Pd” Antonio Funiciello ha il grande merito di tener viva la riflessione sul partito con stimoli che vanno fuori dagli schemi del passato.

La considerazione centrale è che la funzione essenziale di un partito politico è quella di organizzare l’atto essenziale della democrazia: le elezioni e quindi la selezione di coloro che assumeranno “temporaneamente” la funzione di guida delle istituzioni democratiche. Di qui anche la sottolineatura che l’organizzazione del partito democratico vada costruita attorno al suo elemento identitario fondativo: le primarie.

Su due punti, Antonio Funiciello mi pare stimoli approfondimenti che vanno oltre la recente esperienza fatta a Milano e toccano il “modello” organizzativo del nuovo partito. Sulla base del successo della campagna per Beppe Sala, egli individua due esperienze che propone come archetipi della nuova organizzazione.

Il primo è l’idea che il cuore dell’iniziativa del partito possa essere affidato a una sorta di spin off (parole di Funiciello) di volontari che rispondono direttamente al responsabile dell’organizzazione. La seconda è che il motore della presenza nella società sia costituito dalla gestione del data base di email, numeri di telefono e indirizzi fisici raccolti dall’organizzazione nel corso delle proprie attività.

Si tratta certamente di due scelte importanti e che, avendo funzionato, possono a buon diritto essere generalizzate e proceduralizzate. Ma la task force “centrale” va considerata complementare e non sostitutiva della (indispensabile) presenza capillare di circoli. Circoli non sezioni, è stato ripetuto tante volte, luoghi diversi tra loro, rappresentativi delle varie umanità che li fanno vivere, luoghi di ascolto e di costruzione di comunità di scopo e di interesse che hanno l’ambizione di sentirsi parte delle decisioni pubbliche e della vita della loro comunità di appartenenza.

La sfida di definire una nuova ragione d’essere dei circoli (gruppi di aggregazione di cittadini interessati a quella forma particolare di volontariato che è la politica) non può essere evitata.

Frequentare un circolo risponde a un’esigenza diffusa e spesso diversa da quella di chi dirige lo sviluppo dell’organizzazione. Sono due bisogni che corrispondono a esigenze diverse presenti nella società ai quali bisogna dare risposte.

Ha ragione Funiciello: la campagna elettorale degli Stati Uniti ci mostra partiti forti, radicati nella società che convivono con strutture professionali altrettanto forti. La cosiddetta “americanizzazione” delle campagne elettorali e la diffusione delle primarie, nonostante quello che si sente dire spesso, non implica la sparizione dei partiti.

La presenza capillare (quanto si può, ovviamente!) nella società deve quindi essere fatta convivere con una capacità nuova – questa sì centralizzata e professionalizzata – di sviluppo organizzativo. Condivisibile che le due funzioni (struttura e linea, dice Antonio Funiciello) cioè quella dei professionisti dell’organizzazione (“impiegati” non “funzionari politici”) e quella di chi ricopre incarichi politici siano chiaramente differenziate. Anzi, dovrebbe anche essere ben regolamentato il passaggio dai due ruoli per impedire che le funzioni tecniche siano la preparazione più o meno velata di carriere politiche.

La seconda considerazione è relativa al ruolo della gestione dei big data che dovrebbe anche ridefinire la membership attraverso il censimento del proprio elettorato potenziale.

Qui è opportuna una prima precisazione: se i dati sono relativi ai primaristi non siamo all’elettorato potenziale ma a quello attuale, siamo a un terzo circa degli elettori, quelli più fedeli. Lo sforzo allora deve essere fatto per allargare la base di dati, quelli di chi non è ancora in contatto con il PD attraverso la partecipazione alle primarie o varie forme di sottoscrizione, di relazione.

La platea dei contatti va allargata e a questo devono servire i community organizer professionali. Non basta la manutenzione, i data devono davvero diventare big. E dall’idea di archivio di indirizzi bisogna passare ad un sistema di intelligence che aiuti a comprendere e a dare voce.

Lo sviluppo di forme di engagement deve essere fatto con tutti gli strumenti che il nostro tempo mette a disposizione e per questo è necessaria una cultura appropriata. Cioè capace di considerarli sempre e comunque degli strumenti utili, necessari, indispensabili, ma pur sempre degli strumenti che non sostituiscono il processo di costruzione di “senso” che motiva al voto, allo stare insieme, all’agire.

Le risorse intellettuali e economiche dell’organizzazione dedicate alle tecniche (social networking e telemarketing) non devono essere sottratte al lavoro principale di un partito politico, quello di motivare, offrire chiavi interpretative degli accadimenti, storie che attribuiscono senso alle cose che si fanno o che è auspicabile che si facciano. Un lavoro che deve vedere distinti il ruolo dei “politici” nel definire la “storia” da quello degli organizzatori chiamati a farla vivere nei circoli e nella società.

Va portata avanti la battaglia culturale contro ogni concezione strumentale della comunicazione, contro ogni sua riduzione propagandistica, mera diffusione di verità.

La presenza nella società del partito non può essere ridotta a cinghia di trasmissione di messaggi top down (anche se 3.0 o 4.0). Non è che ripetendo tante volte un messaggio o alzando il volume sia più facile convincere a fare qualcosa! Le persone che nella loro quotidianità ricevono messaggi (prevalentemente ma non soltanto dal sistema mediatico) rielaborano quei messaggi nella loro esperienza di vita e solo così li trasformano in opinioni, credenze, motivazioni ad agire.

Un partito politico – come qualsiasi altra organizzazione che agisce nella società – deve quindi proporsi di far vivere esperienze e deve offrire “storie” che diano senso a quello che si vive. Gli strumenti devono servire a costruire relazioni che attivano “evangelisti” e questi, raccontando la loro “storia” in modo autentico e credibile, devono manutenere una rete di relazioni interpersonali che avvolga il territorio il più possibile.

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