Ma il vero problema è la “spersonalizzazione” del Pd

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Il Pd oggi abbonda di leader, pronti a candidarsi o già candidati a ogni genere di primarie, ognuno con il suo personale gruppo di supporter. Il guaio è che, anche per questo, non ha più dirigenti

Dopo l’appoggio di Barack Obama, che si aggiunge a quello del Partito del socialismo europeo, il complotto mondiale per far vincere il Sì al referendum ha ormai un volto preciso: quello dell’intera sinistra occidentale. Resta però da capire come mai ciò che fuori dai confini nazionali appare così netto, al loro interno appaia invece così complicato. Per non dire astruso, come astrusa sembra essere diventata da mesi ogni discussione sulla riforma costituzionale.

Tra accuse di «personalizzazione» e richieste di «spersonalizzazione», infatti, il dibattito è passato in breve tempo dall’arido lessico dell’analisi politologica alle più rarefatte atmosfere del misticismo orientale. Matteo Renzi, si è detto, deve spersonalizzare. Il linguaggio iniziatico potrebbe forse suggerire l’idea che il presidente del Consiglio, come Pitagora, debba rivolgersi al pubblico da dietro una tenda.

Ma comunque la si pensi sul modo in cui Renzi ha inizialmente impostato la sua campagna, peraltro da lui stesso criticato, resta da capire che cosa dovrebbe fare, in concreto, per realizzare questo gioco di prestigio della spersonalizzazione, scomparendo magicamente dal centro della battaglia referendaria e riapparendo un attimo dopo chissà dove. Il problema non è l’eccesso di personalizzazione, ma la mancanza di un partito.

Il problema è che Renzi sembra accorgersi solo adesso che un Pd ridotto all’arena in cui si confrontano renziani e antirenziani ha prodotto un imprevisto effetto collaterale: che nessuno rappresenta più il Pd. Anche i pochi volenterosi che ancora si sforzano di farlo, si ritrovano inevitabilmente risucchiati da una contrapposizione che ormai ha travalicato di molto i confini del dibattito interno, tanto che persino in tv nessuno viene più invitato per parlare a nome del partito, ma appunto come renziano, o anti-renziano.

L’unica vera spersonalizzazione della politica che si è avuta in questi anni è infatti proprio questa: la spersonalizzazione del Pd. Pier Luigi Bersani, eletto segretario alle primarie del 2009 per raddrizzare questa stortura in nome del no al “partito liquido”, ha fatto l’e satto opposto, sfruttando a suo favore la stessa polemica renziana che premeva per il definitivo smantellamento di ogni idea di partito tradizionale. Ed è proprio la totale identificazione tra partito e leader voluta da Walter Veltroni, confermata da Bersani e rilanciata da Renzi a rendere oggi assai complicato pretendere da quello stesso partito di uscire dalla personalizzazione della politica.

Il Pd oggi abbonda di leader, pronti a candidarsi o già candidati a ogni genere di primarie, ognuno con il suo personale gruppo di supporter. Il guaio è che, anche per questo, non ha più dirigenti. La stessa perniciosa abitudine di mandare in streaming i dibattiti della direzione ha reso di fatto impensabile alcuna autentica e necessariamente riservata discussione su tattica e strategia, errori compiuti e da evitare, sostituita dalla solita interminabile sfilata di aspiranti leader in favore di telecamera. Quello che manca, insomma, è un gruppo dirigente.

Vale a dire un insieme di personalità, diverse l’una dall’altra, ciascuna con la sua storia e la sua sensibilità, con la sua autonomia e la sua credibilità, che proprio per questo sia in grado di dirigere, perché prima di tutto sia un gruppo. Non una folla anonima, ora plaudente ora insultante. Se il Pd vuole davvero uscire dalla personalizzazione, scelta certamente assai opportuna per non perdere la decisiva battaglia del referendum, dovrebbe dunque fare del suo meglio per ricostruire al suo interno e proiettare all’esterno l’idea di un partito, non di una federazione di correnti in perenne guerra tra loro, e tanto meno di un comitato elettorale permanente. In altre parole, il Pd dovrebbe fare propria una vecchia parola d’ordine maoista: che cento fiori fioriscano. È vero, a poco più di un mese dal voto, il terreno del dibattito appare decisamente inaridito. Ma non è mai troppo tardi per cominciare a seminare.

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