Ma davvero gli avvicendamenti alla Rai sono un problema per gli italiani?

Politica
Quarantaquattro tra funzionari e dirigenti di Rai, società del gruppo Mediaset, La7 e Infront sono indagati a Roma nell'ambito di un'inchiesta sull'affidamento di lavori e servizi in cambio di utilità come soldi e assunzioni. La Guardia di Finanza sta eseguendo 60 perquisizioni, Roma, 17 Giugno 2015. ANSA/ FABIO CAMPANA

Ridare credibilità alla politica riavvicinandola ai problemi delle persone

Davvero con tutto quello che succede nel mondo e i problemi che l’Italia attraversa si pensa di qualificare una posizione politica (non interessa se di sinistra o di destra, vale in generale) dando tanto rilievo a un avvicendamento di incarichi alla Rai? Ma chi lo sta facendo ha pensato (non dico verificato) cosa significhi questo per la maggioranza degli italiani? Quella maggioranza alla quale il pensiero democratico non affida solo la legittimazione del potere, ma anche il processo di verifica della validità delle proposte politiche. La proposta politica è valida se incontra il consenso dei cittadini, possibilmente della maggioranza di essi. E’ solo questa – in democrazia – la condizione attraverso la quale una proposta politica può realizzarsi, diventare comportamento diffuso.

Ecco, pensare che possa nascere un movimento o un partito sull’organigramma Rai è quello che potrebbe essere definita la “romanità” quella particolare condizione di vita che porta un gruppo di persone a guardare al paese attraverso il filtro di quello che vivono nella loro quotidianità.

Ma questo gruppo di persone è la classe dirigente del paese, non i cittadini romani! Una sorta di gruppo chiuso che parla tra sé e di sé, vive in una precisa porzione della città, frequenta un numero definito di locali, e così facendo si distacca sempre più dal paese stesso. Un gruppo che si crede il sale della terra, l’unico interprete (auto) legittimato a comprendere il Paese, con i suoi santoni che scrivono omelie domenicali rivolgendosi non solo al papa ma direttamente a Dio e se non sono presi in considerazione se la prendono molto. Persone che si frequentano da anni in una recita che prevede anche contrasti ma che li tiene insieme.

Sono la sintesi (parola che li affascina) ma anche tesi e antitesi. E non tollerano che un buzzurro di provincia non li prenda in considerazione. Forse verrà il suo tempo, noi siamo qui da molto prima di lui e saremo solo noi a decidere se avrà spazio!

Allora, quanto si pensa che vengano considerate determinanti dalla maggioranza degli italiani (le persone ordinarie, i tanti che hanno visto accrescere la propria precarietà a tutti i livelli) le dimissioni da una commissione parlamentare di due senatori per il trasferimento di una giornalista Rai da un incarico “garantito a vita” all’altro? Ma come non pensare che questo segni ancora di più il distacco dal paese reale?

Andrà approfondito e spiegato come possa essere successo che l’esperienza “romana” riesca ad allontanare tante persone colte dal sentire diffuso. Ridare credibilità al sistema politico credo che possa avvenire solo se le cose di cui si occupano i politici appariranno vicine alla vita delle persone.

E il primo passo da fare è culturale: riconoscere la distanza che esiste tra le esperienze di vita delle persone comuni e la rappresentazione che ne danno coloro che pretendono di esserne i rappresentanti. Le priorità non corrispondono. Per questo dare più potere agli elettori in questa fase della nostra storia, a tutti i livelli, mi pare una strada forse molto conflittuale ma obbligata.

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