Ma chi si occupa dell’emergenza randagismo?

Animali
ANSA / CIRO FUSCO

Tra i problemi c’è anche quello della gestione dei canili comunali

Il randagismo è un problema sentito dal punto di vista etico ed in alcuni casi come al Sud come una vera emergenza delle nostre città. Una questione, quella dei cani senza padrone, che in alcune regioni aumenta mese dopo mese anziché diminuire. Cifre che lasciano pensare. In Italia, nei canili, dovrebbero esserci circa 750mila cani che aspettano e sperano di essere adottati. Numeri impressionanti che diventano drammatici se si pensa che per molti animali quelle gabbie diventeranno un insopportabile ergastolo. Una prigionia dura, anzi durissima, se si considera che un cane, oltre al movimento, ha particolarmente sviluppato fiuto e udito, peculiarità che nei canili vengono esasperatamente uccise. Una drammatica emergenza che fingiamo di non conoscere. Un problema mal gestito che ha anche delle ripercussioni economiche rilevanti.

La stima dei costi randagi/in canile non è facile e non è mai stata fatta seriamente. Lo stesso sito del ministero cita dati del 2006, quando i cani in anagrafe erano 6 milioni e si stimavano i randagi in circa 600.000 (10%). Oggi i cani in anagrafe sono oltre 7 milioni e mezzo, il 10% corrisponde a 750.000 esemplari. I randagi catturati nell’anno 2014, l’ultimo disponibile sul sito del Ministero, sono stati 97.859: con una crescita di circa 100mila animali all’anno, si può immaginare quali siano i contorni che il fenomeno sta assumendo.

Secondo le stime, un cane in canile costa al comune da 3 a 8 euro al giorno, cioè 1000-3000 euro all’anno, ma evidentemente questa è la retta che i comuni pagano esclusi altri costi come personale, gestione ecc. che devono per forza afferire ad altri capitoli di spesa. Non vengono considerati, inoltre, i bandi straordinari, come le spese del SSN per anagrafe, sterilizzazioni, profilassi, farmaci, visite, test e cure di malattie, antiparassitari. Non sono riportati interventi straordinari come le operazioni anti-randagismo a Pompei e in altre aree del Paese.

Una proiezione più aderente alla realtà dei costi potenziali del randagismo, ottenuta considerando tutte le variabili, è di 7000€ per ciascun cane, che moltiplicato per 750.000 cani randagi porta a un totale di 5,25 miliardi all’anno. Una cifra enorme, che equivale ad esempio a un miliardo in più del costo annuale della tassa sulla prima casa abolita dal governo Renzi. Una cifra che, in tempi di spending review, nasconde anche forti sprechi, ma soprattutto una tortura per i cani che nessuno prova ad affrontare uscendo dagli scenari disneyani.

Ho scritto una lettera al sottosegretario al ministero della Salute, Vito De Filippo, che il 16 giugno scorso ha riunito per la prima volta il “Tavolo tecnico veterinario per le strategie e le linee guida di lotta al randagismo”, per realizzare un coordinamento fra le componenti veterinarie e procedere ad una programmazione sanitaria delle azioni di prevenzione e lotta al randagismo, anche attraverso l’adozione di protocolli di intervento medico-veterinario, uniformemente adottabili sul territorio nazionale.

Nella lettera a De Filippo ho avanzato alcune proposte che potrebbero essere prese in considerazione dal governo e dalle istituzioni coinvolte per mettere in campo soluzioni nuove e condivise.

Innanzitutto l’Anci potrebbe valutare di istituire un tavolo per arrivare ad una regolamentazione omogenea su base nazionale, per evitare che ogni Comune (ma anche ogni Regione) dia una risposta diversa al problema.

Va promossa la cultura della sterilizzazione, anche valutando un qualche tipo di tassazione per chi possiede un animale non sterilizzato. Creare una rete di centri convenzionati, con tariffa agevolata per la sterilizzazione, consentirebbe di garantire la salute dell’animale e la tutela del padrone consumatore. Altra misura possibile: rafforzare e aumentare i controlli contro i traffici illegali di animali, le cosiddette “staffette”, che generano spostamenti di cani senza tracciabilità alcuna né sanitaria, né commerciale, né tanto meno fiscale da un canile a l’altro.

Strettamente legato al problema del randagismo è quello della mancata programmazione nella gestione dei canili comunali che, ottenendo contributi in base al numero di cani presenti al loro interno, ne conservano molti e tendono ad importare anche altri animali.

C’è pertanto urgente bisogno di misure serie e strutturali. Risolvere, o quantomeno arginare, il problema del randagismo è un dovere, comporterebbe una riduzione dei costi e soprattutto si inizierebbe a mettere mano al problema di una popolazione di cani condannati all’ergastolo. Come sosteneva Gandhi, “grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali”.

Oggi, abbiamo un sistema complicato e fuori controllo che in quasi trent’anni, dalla legge n. 281 del 1991, non ha trovato una reale soluzione, ma che anzi in molti casi ha rappresentato un business. Grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali.

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