I tre nodi venuti al pettine nel M5s

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FOTO ARCHIVIO: ELEZIONI AMMINISTRATIVE 2012 - BOOM A SORPRESA DEL MOVIMENTO 5 STELLE DI BEPPE GRILLO. STANDO ALLE PROIEZIONI DIVERSI - GRILLINI - HANNO OTTENUTO OTTIMI RISULTATI.
NELLA FOTO BEPPE GRILLO
FOTO AGN/INFOPHOTO:

Ormai il Movimento si è fatto partito: nulla lo distingue particolarmente dai similari partiti populisti diffusi in Europa nei recenti anni.

Nella scorsa tornata amministrativa il Movimento 5 Stelle sembrava aver raggiunto il punto di svolta definitivo. Le vittorie di Virginia Raggi e di Chiara Appendino erano da considerarsi come le rampe di lancio per la conquista della maggioranza in Parlamento, in definitiva di un governo monocolore di questo partito. Eppure, in questi ultimi mesi, qualcosa sembra essere andato storto: gli stessi grillini sembrano essersene avveduti e cercato un qualche rimedio.

Richiamando il leader storico dall’esilio comico per mettere a tacere le beghe del Direttorio, proponendo un sistema elettorale proporzionale che allontanasse la prospettiva di un governo immediato ed incentivasse la formazione di una Grande Coalizione su cui lucrare elettoralmente come unica opposizione. Queste posizioni non sembrano causali, né frutto di coincidenze o contingenze. Piuttosto, gli eventi degli ultimi mesi hanno fatto emergere l’insostenibilità di alcuni elementi costitutivi di quella che era stata auto-definita come la natura unica e non paragonabile del Movimento.

1) La trasparenza garantita tramite decisioni in streaming, sia nel movimento che nell’amministrazione è crollata di fronte all’esigenza di regolare l’astio tra correnti e le decisioni nel Direttorio: le divaricazioni di posizioni e i toni non potevano essere narrati ai militanti, agli elettori, ai cittadini. Il luogo in cui si assumono le decisioni chiave del Movimento è quindi sottratto alla partecipazione web; il blog consola assai poco, vista la divaricazione tra numero di partecipanti e numero di elettori. In fondo il PD sembra più avanti: almeno le direzioni lì sono in streaming. La trasparenza è venuta meno nell’Amministrazione: né la Raggi né la Appendino hanno rispettato i requisiti della campagna “Sai chi voti”. Non si sono visti voti sul web o decisioni minimamente partecipate per le scelte degli assessori, senza contare la scomparsa del proposto referendum sulle Olimpiadi.

2) La convinzione che competenza ed esperienza non siano necessarie per fare politica: “Uno vale uno”. La drammatica assenza di una classe politica è emersa nella formazione della giunta romana: tempi dilatati, persone di dubbia vicinanza al movimento, necessità di tutelare i pochi soggetti che abbiano competenze nelle rispettive materie (leggasi Muraro). Di fronte a problemi complessi è venuta fuori l’impossibilità di risolvere tutto a colpi di blog o con decisioni dall’alto: è emersa l’esigenza di una classe dirigente. La crisi degli assessorati romani segnala che non tutti i cittadini, peraltro comprensibilmente, possono da un giorno all’altro divenire esperti di contabilità comunale ed esser pronti a gestire le finanze romane: alla buona volontà deve pure accompagnarsi una sana dose di preparazione. Senza tralasciare che la gestione della vicenda da parte dei componenti del Direttivo ne ha denotato tutta l’inesperienza e impreparazione (la vicenda delle mail è ai limiti del credibile).

3) La possibilità di una politica senza costo. La vicenda dei rimborsi di Di Maio non avrebbe avuto in un partito normale risonanza alcuna: al più, i complimenti per il livello di attivismo. Il problema è che andare in giro per l’Italia a fare il leader di un partito – o candidato in pectore che sia – costa. Gestire campagne di comunicazione ampie, che richiedano uno staff e personale di studio e supporto, pure. La drammatica realtà è che 3.200 euro sono sufficienti per affittare una casa a Roma, andare in Parlamento e fare politica online, usando scarne informazioni reperibili da amici o rapide ricerche su Google. Quando si rende necessario un minimo di attività ulteriori ci si scontra con l’ineluttabile costo della formazione e della competenza.

Non dispongo di alcuna facoltà predittiva, per cui non sono in grado di dire se il crollo dei presupposti fondanti l’“eccezionalità” del M5S potrà o meno condizionare il loro percorso verso Palazzo Chigi. Quel che pare certo è che ormai il Movimento si è fatto partito: nulla lo distingue particolarmente dai similari partiti populisti diffusi in Europa nei recenti anni.

L’auspicio è che tale evidente normalizzazione possa comportare che il dibattito politico ed il consenso tornerà ad essere cercato guardando alle proposte politiche ed alle capacità amministrative, invece che alla lunghezza di un rendiconto o al numero di un’indagine, come tristemente avvenuto negli anni recenti. Questa sarebbe, invero, una salutare novità.

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