M5S, c’era una volta il mito della diversità

M5S
Il sindaco di Roma Virginia Raggi affacciata al balcone del suo studio in Campidoglio, 02 luglio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Dicevano di essere diversi ma sono un partito da almeno dieci anni. E ora sappiamo che dei partiti avevano già in corpo anche alcune note degenerazioni

«Noi non siamo come gli altri partiti. Siamo completamente diversi», era questo che ripetevano come un’ossessione i neofiti grillini, cittadini qualunque con curriculum qualunque, ai tempi delle prime vittorie nei consigli comunali e regionali, 2009-2010 o giù di lì. La politica è morta, i politici sono zombie che camminano, li caricava Grillo dalle piazze, e solo una sana e consapevole rivoluzione culturale avrebbe salvato il cittadino dalla malafede e dai partiti, esondando un po’ nello Zucchero-pensiero.

Sono passati pochi anni e il mito della diversità del popolo di Grillo rispetto a tutti gli altri, accuratamente edificato sulla contrapposizione manichea tra buoni e cattivi, puri e impuri, inesperti e consunti, smanettoni e rincoglioniti nemmeno in grado di postare un Vaffa, si è definitivamente infranto con l’approdo di Virginia e le sue (?) truppe nella capitale d’Italia. Il successo, indiscutibile, di Virginia Raggi a Roma, ha scoperchiato il famoso vaso e ci ha rivelato quello che si sapeva da tempo. Non solo il M5Stelle è esattamente un partito come tutti gli altri, solamente un po’ più giovane, ma dei partiti e della vecchia politica ha assunto tutti i tratti, anche quelli più deteriori, con in più, o forse sarebbe meglio dire in meno, la surreale assenza di autonomia degli eletti dal popolo con il mandato a governare.

Un partito, in senso tecnico, lo sono diventati dal momento in cui hanno cercato e ottenuto l’elezione di propri rappresentanti nelle istituzioni, quindi da almeno dieci anni. Ora sappiamo che dei partiti avevano già in corpo anche alcune note degenerazioni. Lo spettacolo di correnti, sottocorrenti, capobastoni e vicecapobastoni che dietro le quinte hanno cercato di condizionare la Raggi e di accaparrarsi posizioni in giunta è stato impietoso. I quadri intermedi del partito di Grillo, i parlamentari del Direttorio hanno voluto dire la loro, stoppando proprio le nomine più sensibili e di più stretta fiducia del sindaco, una specie di schiaffo al primo cittadino che non si illudesse di fare scelte troppo personali.

Secondo i grillini, pronti a usare i social come loro prolungamenti, sarebbero state stampa e tv a riportare lotte intestine inesistenti, le stesse stampa e tv prima criticate e sbeffeggiate perché “serve” svergognate del potere, poi improvvisamente adulate perché garantiscono enorme visibilità al verbo pentastellato in prima serata (e poi, pensandoci bene, anche al mattino e poi, pensandoci bene, anche al pomeriggio). Se si guardano i profili dei nuovi assessori, quelli rimasti rispetto ai molti che se la sono date a gambe levate pur di non firmare accordi, penali, contratti pre e post-matrimoniali, clausole di salvaguardia, cavilli anti-libertà di espressione, voti di silenzio, obbedienza e castità politica, sono direttamente riconducibili alle diverse filiere interne al Movimento, dalla Casaleggio & Associati, all’aspirante Premier Di Maio, al logorroico Dibba, alle guerriere Taverna e Lombardi. Una spartizione che al confronto, i caminetti del Pd, i cenacoli della Dc, i cerchi magici di Arcore e persino la vendetta antirenziana di D’Alema fanno tenerezza. Non c’è nessuno scandalo ad accordarsi tra correnti interne, ma almeno non si faccia finta che così non è e non ci si erga a depositari di una alterità fasulla. Per non parlare delle moltissime contraddizioni: un uomo vicino ad Alemanno cooptato su una posizione strategica, salvo lo stop dell’ultimo minuto, dopo mesi a lanciare strali su mafia capitale come una lebbra da cui nessuno che avesse attraversato una volta sola la porta del Campidoglio potesse essere rimasto immune; l’ex dirigente di una multinazionale delle vendite online, dopo la lotta senza sconti lanciata da Grillo ai poteri forti e alle grandi imprese che rubano lavoro alla piccola distribuzione.

Ad ogni modo, oggi inizia l’era di Virginia Raggi. Imparerà che governare Roma è difficile, che non si riescono a fare magie, che per ottenere qualche risultato occorrono determinazione, coraggio, una grande capacità di lavoro, umiltà e competenza. Diciamo la verità, se l’obiettivo si dimostrerà superiore alle sue forze, avrà più di una giustificazione. Dopotutto, nelle ultime tre decadi, i sindaci che si ricordano per esserci riusciti non sono stati più di due. Ma per il «Movimento» e l’arrogante boria giacobina che ha instillato in una massa sempre più estesa di odiatori-troll da social network sarà invece una prova senza domande di riserva. C’è da scommettere che, in ogni caso, ne uscirà trasfigurato.

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