L’ultimo leninista

M5S
Gianroberto Casaleggio lascia l'hotel Kolbe per recarsi alla festa del M5S al Circo Massimo, Roma 11 ottobre 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Il brand resta forte, ma perde l’unica testa pensante

“Ad un certo punto pensai di fare a meno di lui, e me ne sono pentito”: Antonio Di Pietro, che di Gianroberto Casaleggio era anche uno degli avvocati, ricorda l’amico scomparso con una punta di rammarico che conferma e rafforza la fama del santone della Rete capace, con la sue sole capacità di web marketing, di creare dal nulla un partito e portarlo al trionfo elettorale. È tuttavia improbabile che l’Italia dei valori avrebbe avuto lo stesso successo del M5s se avesse continuato a giovarsi della collaborazione di Casaleggio; più ragionevole credere che sia stato invece Casaleggio, dopo un primo tentativo con Di Pietro, a cercarsi un altro avatar attraverso il quale conquistare il potere: Beppe Grillo.

Entrambi tuttavia – il magistrato che ha messo a nudo i delitti della Casta e il comico che l’ha sbeffeggiata per trent’anni – hanno in comune un tratto essenziale dell’ideologia casaleggiana: nel partito moderno, che obbedisce scrupolosamente alle regole della pubblicità e del marketing, il leader è sostituito dal testimonial, il quale è chiamato a recitare un copione scritto da altri ed è in grado di inverare, esclusivamente grazie alla propria biografia, il programma di cui è portatore passivo. Non c’è alcun contenuto nel M5s: e la grandezza di Casaleggio sta nell’aver capito per primo che per la politica contemporanea il contenuto è soltanto un peso e un intralcio agli acquisti, e l’unica cosa che interessa al consumatore-elettore è il brand, l’identità, l’appartenenza ad un gruppo coeso e omogeneo. Steve Jobs ha costruito le fortune della Apple su un modello di marketing analogo, che spinge i consumatori a ricomprare sempre gli stessi oggetti, lievemente rinnovati, per riconfermare la propria appartenenza ad una comunità esclusiva.

Dal punto di vista organizzativo, il M5s somiglia molto ad un classico partito leninista novecentesco: c’è una base ristretta di seguaci pronti a tutto (quelli che un tempo si chiamavano rivoluzionari di professione), c’è un potente sistema di comunicazione (i comunisti lo chiamavano agit-prop) e c’è una leadership carismatica e inamovibile (il segretario generale conclude contemporaneamente l’incarico e la vita): su questo modello, Casaleggio ha innestato da un lato l’aggressività del marketing digitale, capace di unificare il pulviscolo di storie, interessi, rancori e speranze che agita una parte di società, e dall’altro la potenza semplificatoria dell’insulto, il mantra identitario che consolida la comunità e la distingue dalle altre. Più che interrogarsi sulla grandezza di Casaleggio, bisognerebbe forse riflettere sulla permeabilità assoluta della nostra società politica e sulla deriva dell’opinione pubblica.

Il tratto antimoderno, per non dire reazionario, dell’ideologia casaleggiana sta proprio qui, in questo ostinato rifiutare la complessità del Moderno, che porta con sé la tolleranza come strumento di sopravvivenza e la continua revisione delle idee come motore dello sviluppo, per rifluire invece in una visione settaria, integralista, medievale, dove il Bene e il Male si confrontano nella loro immutabile fissità. Intollerante e ottuso il M5s lo è per natura, e non c’è bisogno di ricordare le centinaia di esplusioni a tutti i livelli (sempre imposte da Casaleggio) per averne conferma. Resta da capire che cosa succederà adesso che l’unica testa pensante non c’è più. Il brand resta molto forte, ma il testimonial appare stanco e i venditori porta a porta sono pronti a dilaniarsi per il controllo del partito, mentre l’utopia internettiana della trasparenza e della partecipazione non interessa più nessuno.

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