L’ultima pugnalata

Politica
Silvio Berlusconi parla al telefono mentre sale in auto dalla sua abitazione nel centro di Milano in una foto d'archivio.
ANSA/ DANIEL DAL ZENNARO

Ecco quando sono iniziate le idi di marzo di Silvio Berlusconi

Le idi di marzo di Silvio Berlusconi cominciano il 22 dicembre 1994, neanche nove mesi dopo aver trionfalmente vinto le prime elezioni della Seconda repubblica e appena undici mesi dopo l’annuncio della “discesa in campo”, quando Umberto Bossi ritirò la fiducia al governo dopo essersi accordato con Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione. Avvenne nel corso di un incontro conviviale passato alla storia come la “cena delle sardine” (perché il senatùr non aveva altro da offrire agli ospiti). Fu in virtù di quell’accordo che due anni dopo, nella primavera del 1996, la Lega corse da sola alle elezioni e l’Ulivo di Romano Prodi poté vincerle. Ma l’ultima pugnalata al Cavaliere, quella fatale, deve ancora arrivare. La rottura clamorosa con Matteo Salvini e con Giorgia Meloni – che da Roma si è estesa a Torino, e presto probabilmente raggiungerà anche Bologna – segna tuttavia un importante salto di qualità per almeno due motivi.

Perché avviene quando Berlusconi si trova in un momento di massima debolezza, e perché l’assalto (o il tradimento, a seconda dei punti di vista) travolge l’unica politica rimasta a Forza Italia dopo l’abbandono (o il tradimento, a seconda dei punti di vista) del patto del Nazareno. In altre parole, Berlusconi oggi è più solo (in tre anni di legislatura ha dimezzato i gruppi parlamentari, perdendo 48 deputati su 102 e 52 senatori su 92), più debole (i sondaggi gli attribuiscono in media il 12% dei voti, oltre due punti meno della Lega) e più isolato (l’idea di riprendere le fila del Nazareno, ventilata in un’indiscrezione riferita qualche giorno fa dal Corriere, appare quantomeno irrealistica). Ma ciò non significa che non abbia ancora qualche carta da giocare: ammesso, naturalmente, che sia ancora interessato alla partita.

Tutto il ventennio berlusconiano è segnato da tradimenti, abbandoni, espulsioni: dopo il voltafaccia (rientrato due anni dopo) di Bossi, si sono susseguiti l’abbandono di Casini, la cacciata di Fini, la scissione di Alfano, quella di Fitto, quella di Verdini. Nessuno di costoro, tuttavia, ha mostrato di godere di un consenso elettorale sufficiente se non a guidare, quantomeno a ridefinire un possibile centrodestra post-berlusconiano. E tutti sono fuoriusciti per dir così “da sinistra”, spostandosi verso l’area centrale dello schieramento e finendo inesorabilmente, come prescrive la logica del bipolarismo, nell’orbita del centrosinistra. Ora invece la scissione – chiamiamola così – avviene verso destra: la nuova Lega di Salvini e la sua appendice centromeridionale, i Fratelli d’Italia della Meloni, non nascondono un’aperta simpatia per il Front National francese e si rivolgono al mercato elettorale della paura, della rabbia, del nazionalismo antieuropeo e xenofobo.

È un mercato apparentemente molto ampio, e tuttavia già parzialmente occupato dal Movimento 5 stelle, che per primo, e costitutivamente, l’ha esplorato in Italia. Ma, soprattutto, è un mercato destinato, da noi come nel resto d’Europa, a rimanere minoritario. E qui torna in campo Berlusconi. Il capolavoro politico che tutti gli riconoscono è aver saputo federare forze, componenti e culture profondamente diverse tra loro, raccogliendo l’eredità del pentapartito travolto dalle inchieste giudiziarie e, contemporaneamente, saldando un’alleanza con le due forze più violentemente antisistema, la Lega e il Msi-An (per di più profondamente lontane fra loro): in altre parole, Berlusconi vent’anni fa ha saputo sfruttare il sentimento populista e qualunquista scatenato dal terremoto di Tangentopoli per offrire ai moderati italiani, ormai privi della loro rappresentanza politica tradizionale, una continuità di governo.

Tanto Salvini quanto la Meloni sanno che da soli non ce la faranno mai a vincere le elezioni; e tuttavia sanno anche che il loro successo dipende in gran parte proprio dall’essere soli contro tutti. Il che può significare che la frattura di queste ore si riverbererà nelle scelte future, con il risultato che alle prossime elezioni politiche il centrodestra si presenterà con due liste contrapposte; oppure, al contrario, che prima o poi, in un modo o nell’altro, si dovrà trovare un accordo fra le due anime: e l’accordo non può non passare da Berlusconi. A Bologna, lo scorso autunno, il “nuovo” centrodestra sembrò aver trovato un equilibrio: seppur riluttante, Berlusconi accettò infine di partecipare alla manifestazione leghista e si presentò sul palco insieme a Salvini e alla Meloni.

La piazza mostrò qualche fastidio e una punta di insofferenza, ma la foto di gruppo servì a Berlusconi per riconfermare il proprio ruolo, se non di leader, quantomeno di “federatore”. Gli accordi per le amministrative, in particolare su Parisi a Milano e su Bertolaso a Roma, sembrarono confermare questo ruolo: che ora Salvini ha bruscamente rimesso in discussione. Ma la strada da qui al 2018 è lunga, e il Cavaliere, se avrà voglia di percorrerla, può riservare ancora qualche sorpresa.

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