L’ultima capriola di Berlusconi: fingere di essere moderati per provare a contare ancora

Centrodestra
Silvio Berlusconi durante un comizio a sostegno del candidato sindaco di Segrate, Tecla Fraschini, Segrate, 05 Giugno 2015. 
Silvio Berlusconi during an electoral meeting in Segrate (Milan), 05 June 2015. Berlusconi has reached today a tentative deal with Bee Taechaubol that would give the Thai businessman a minority stake of under 50% in AC Milan, the seven-time European soccer champions. The figure is reportedly around 500 million euros and negotiations were continuing to close the deal. 
ANSA/ FLAVIO LO SCALZO

La rottura con Salvini e Meloni è una strategia che guarda alle elezioni del 2018 e mette in un angolo la destra populista di opposizione senza prospettive

Èdifficile prendere sul serio le giravolte politiche di Silvio Berlusconi: troppo numerose e troppo sconcertanti, sebbene mai dei tutto inattese. Dall’appoggio al governo “europeo” di Monti alla campagna no-euro al fianco di Salvini, dall’accordo con Renzi sulle riforme alle accuse di deriva autoritaria, dal “golpe” imputato a Napolitano alla sua solenne rielezione al Quirinale: in questi ultimi anni il Cavaliere è stato un fuoco d’artificio, un masso erratico, un catalogo di ogni politica possibile e del suo contrario. Ma è anche vero l’inverso: e cioè che, nonostante gli anni, il calvario giudiziario, le tante scissioni e l’assedio incessante degli alleati rimasti, Berlusconi resta felicemente al centro della sua metà campo, e ogni sua mossa costringe il resto del suo mondo a riallinearsi, interrogarsi, ridefinirsi.

La grandezza strategica del fondatore di Forza Italia sta precisamente nella sua estrema disinvoltura tattica. Se pure non lo si vuole prendere sul serio quando sceglie una strada, perché è statisticamente molto probabile che l’abbandonerà presto per un’altra, ciò nondimeno ogni sua scelta è destinata a pesare più di quelle di tutti i suoi alleati ed ex sodali messi assieme. La leadership, del resto, non è acqua. La svolta romana – cioè la rottura con Salvini-Meloni e la convergenza su Marchini – va dunque letta con attenzione, e pesata per quello che effettivamente è: una manovra di posizionamento che guarda alle elezioni politiche generali del 2018, e che proprio perché si muove su un orizzonte relativamente lontano è capace di aprirsi a sviluppi diversi, e persino contraddittori.

In altre parole, Berlusconi si è collocato ad un bivio strategico: da lui passerà la ricomposizione futura del centrodestra, ma da lui potrebbe anche passare la sua fine, e persino la nascita di un inedito centro-sinistra (con un gigantesco trattino). La scorsa settimana, prima di abbandonare Bertolaso, Berlusconi ha pubblicato sul Giornale un articolo che merita di essere riletto: «Noi noi non siamo “la destra”. Forza Italia è un partito moderato, alternativo alla sinistra e alleato con la destra […]. Un movimento liberale, cattolico, riformatore, che è diverso dalle rispettabilissime culture della destra. Con la destra siamo alleati da 20 anni, abbiamo governato insieme e sono certo che governeremo insieme anche in futuro. Ma il centro-destra ha vinto, è stato la maggioranza in Italia, quando ha saputo parlare con il nostro linguaggio agli italiani».

In queste parole è facile ritrovare il “modello Milano”, dove intorno a Stefano Parisi, un tecnico e un moderato scelto personalmente dal Cavaliere, si ritrova tutta la coalizione del tempo che fu, Ncd incluso. Ed è questa, naturalmente, la prima scelta di Berlusconi: lavorare da qui al 2018 come federatore e sfidare Renzi con una coalizione che ha in pancia le forze più radicali, xenofobe e populiste (utili peraltro a insidiare elettoralmente il M5s), ma che si presenta con il volto rassicurante di un Parisi o di un Marchini. Se a giugno Parisi dovesse vincere e Giorgia Meloni venisse esclusa dal ballottaggio, questa prospettiva si farebbe assai più concreta, e Salvini – cui forse non dispiace il secco ridimensionamento di una leader come la Meloni che insiste sul suo stesso segmento di elettorato, e che dietro i comizi reboanti coltiva un sano realismo politico – non esiterebbe ad appoggiarla. Ma le cose potrebbero anche andare in un altro modo, e il centrodestra come l’abbiamo conosciuto finora potrebbe non esistere più. «Oggi – scrive ancora Berlusconi – due dati di fatto sono evidenti: che non esiste nessun centro-destra possibile senza di noi (se non un’opposizione di pura testimonianza e senza prospettive), e che per vincere dobbiamo ritrovare quei voti moderati che abbiamo smarrito».

Se rovesciamo la frase, ecco comparire la seconda possibile scelta del Cavaliere: abbandonare al proprio destino «un’opposizione di pura testimonianza e senza prospettive», riassorbire le tante diaspore di questi anni, da Alfano a Fitto a Verdini, e presentarsi alle elezioni da solo, con il simbolo di Forza Italia e una collocazione apertamente centrista. Sul mercato elettorale una lista così concepita è probabilmente più vicina al 15 che al 10%: troppo poco per governare, ma più che sufficiente non solo per condannare alla sconfitta la destra radicale e populista, ma anche per giocare un ruolo essenziale nella prossima legislatura. Com’è noto, e nonostante tutte le sciocchezze che si dicono sulla “deriva autoritaria”, l’Italicum consegnerà al vincitore un premio di maggioranza di appena 24 seggi.

La minoranza del Pd, in caso di vittoria di Renzi, tornerebbe centrale e determinante in molte, se non in tutte le scelte. E ancora più determinante, a questo punto, diventerebbe Forza Italia. Fantapolitica? Molto probabilmente sì. Ma una cosa è certa: con Berlusconi la politica italiana, a destra come a sinistra, dovrà continuare a fare i conti ancora per un bel po’.

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