L’Ulivo è il padre del Pd

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Tra tanti limiti abbiamo però avuto il coraggio di mettere in discussione tutto per far vivere il sogno di un riformismo per la prima volta maggioritario nella storia italiana. È un patrimonio immenso. Nessuno lo sprechi

Sono passati venti anni da quando l’Ulivo vinse le elezioni politiche. Era il 21 aprile del 1996. Nessuno se lo aspettava, ma successe. Quando Romano Prodi e io partimmo, all’inizio della campagna, su due pullman diretti uno a nord e l’altro a sud eravamo accompagnati da un generale scetticismo. Si riteneva che Berlusconi fosse di nuovo, solo due anni dopo la sua prima vittoria elettorale, in condizione di conquistare il consenso maggioritario degli elettori. Ma la frattura determinatasi con la Lega al momento della caduta del suo governo e il varo del gabinetto Dini avevano creato una situazione nuova. La divisione a destra aveva aperto possibilità nuove non solo dal punto di vista dell’aritmetica elettorale ma da quelle politiche.

Ma la svolta fu nel definire una ipotesi credibile nel nostro campo. Non è mia intenzione, non in questa sede, ricostruire tutti i passaggi che portarono a quella vittoria. È una storia lunga e complessa che, prima o poi, andrà fatta onestamente, al riparo dalle tensioni del tempo. So però che l’idea forte fu l’Ulivo e la leadership di Romano Prodi. Fu giocare l’idea di un’alleanza che superasse le identità dei partiti e per questo ci volle il coraggioso consenso di questi. Fu immaginare un simbolo nuovo e una convergenza che puntasse a unificare le diverse componenti del riformismo italiano. Se, come è stato più volte detto, è vero che se Lega e Polo della libertà fossero stati insieme avrebbero forse vinto le elezioni del 1996 è altrettanto vero che se sinistra e centro avessero deciso di unirsi nel 1994 Berlusconi non avrebbe vinto quella competizione. Tutti lavorammo per superare quella frattura e Prodi fu la forza di attrazione, per cultura politica e competenza, capace di aggregare forze anche molto diverse e di presentarsi credibilmente come portatore di una cultura di governo di qualità, come quella che, in un momento drammatico della storia repubblicana, era stata espressa da Carlo Azeglio Ciampi e dal suo gabinetto.

Un giorno di aprile i nostri due pullman si incontrarono a Catanzaro e, quel giorno, Romano e io pensammo che avremmo davvero potuto vincere. Erano le undici del mattino e la piazza di quella città calabrese pullulava di persone. La storia delle piazze piene e delle urne vuote è una balla messa in giro da quelli che non riescono a riempire neanche lo sgabuzzino di casa. Se le piazze sono piene ed entusiaste, se si vedono giovani e forze nuove, se migliaia di persone partecipano a una campagna elettorale vuol dire che è scattato qualcosa di importante e, nelle urne, si vedrà. Vincere è importante e lo sconfittismo della sinistra è stato uno dei suoi mali endemici. Ma vincere è un mezzo non un fine. Si vince per cambiare un paese. E bisogna creare schieramenti e programmi che consentano questo, non alleanze spurie che crollano al primo stormir di fronde lasciando ferite profonde nell’elettorato. L’Ulivo è stata una grande idea politica, nata in condizioni non semplici. Per governare aveva bisogno dei voti di Rifondazione comunista con la quale aveva stabilito, prima del voto, un patto di desistenza. Utile per vincere quelle elezioni ma intrinsecamente e inevitabilmente contraddittorio al fine di garantire stabilità e riformismo, le due cose di cui aveva e ha bisogno l’Italia. Quel fragile equilibrio, attraversato anche dalle contraddizioni strategiche che percorrevano tutti i suoi componenti, crollò rivelando una verità: che tenere unito il riformismo democratico anche più radicale, come quello che praticavamo in quegli anni, e la legittima visione di una forza della sinistra alternativa era molto difficile e si rivelerà impossibile quando i ministri del governo dell’Unione sfileranno contro il governo del quale facevano parte.

Quel governo centrò l’obiettivo di assicurare all’Italia l’ingresso nell’euro, la ripresa economica, due anni di intensa azione riformista. Mi fermo qui, nella rievocazione. Alla quale ha qui ben contribuito ieri Arturo Parisi.

Voglio solo fare una considerazione conclusiva. L’Ulivo era, per noi, l’anticamera del Partito Democratico, della piena convergenza e coesistenza delle diverse culture del riformismo italiano. Il Pd è il figlio e l’evoluzione dell’Ulivo, nessuno lo dimentichi. Quando mostrai a Romano il simbolo del nuovo partito che avevo fatto elaborare concordammo sull’apposizione di quelle foglie evocative di una storia alla base del nuovo simbolo. Tra tanti limiti noi siamo quelli che hanno avuto il coraggio di mettere in discussione tutto, comprese identità radicate e posizioni personali, per far vivere il sogno di un riformismo per la prima volta maggioritario nella storia italiana. È un patrimonio immenso. Nessuno lo sprechi. Come fu, per un certo tempo, sprecato l’Ulivo. Il Partito Democratico oggi è la più grande forza politica europea. Deve essere fedele alla sua ispirazione più alta, deve rappresentare sentimenti della sinistra riformista, deve tenere alti valori di solidarietà, comunità, moralità, equità, diritti. Deve puntare a essere maggioranza nel paese a vincere le elezioni e a governare essendo se stesso. Ha radici, non è un fuscello del momento.

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