Ludopatia e adolescenza, quanti rischi

Dal giornale
ludopatia

La dipendenza dal gioco d’azzardo non riguarda esclusivamente il mondo degli adulti

Se dite agli adulti: “Ho visto una bella casa di mattoni rosa, con gerani alle finestre e colombi sul tetto…”, loro non riescono a immaginarsi la casa. Dovete dire: “Ho visto una casa di centomila franchi”. Allora esclamano subito: “Oh, che bella!”». Così Antoine de SaintExupéry apostrofava il mondo degli adulti, irriducibilmente lontano dalla fantasia e dal gioco disinteressato dei bambini. Il “piccolo principe” di oggi ha dieci anni ed è già “un adulto”. Proprio come gli adulti, se qualcuno gli parla di una casa, non riesce più ad immaginarla con i mattoni rosa e i gerani alle finestre; pensa subito al costo, al valore economico, alla metratura, alla posizione geografica. Il suo mondo non è abitato da fate, streghe, maghi, draghi e cavalieri, bensì da un suo coetaneo sconosciuto che abita dall’altra parte del mondo e contro il quale gioca ogni sera al poker online. È la triste realtà di una nuova generazione a cui gli adulti stanno rubando il bene più prezioso: l’infanzia, il diritto al “gioco”, quello vero che è fatto di creatività, di immaginazione, di divertimento. Già, il “divertimento”!

La dipendenza dal gioco d’azzardo, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, non riguarda esclusivamente il mondo degli adulti.

Secondo l’Osservatorio Nazionale sulla salute dell’infanzia e dell’adolescenza, quasi un milione e mezzo di minori in Italia è un dipendente dal gioco, mentre un bambino su cinque spende la paghetta di papà per giocare al gratta e NON vinci e quasi un adolescente su cinque frequenta abitualmente bingo e sale giochi. Sono stime che dovrebbero farci inorridire. Ma soprattutto dovrebbero farci riflettere; innanzitutto, sulla corruzione del senso e del significato profondo del “gioco”: da passatempo, esercizio creativo della fantasia, a strumento di accaparramento di risorse materiali e di arricchimento. Sono gli adulti i responsabili di questa vera e propria “colonizzazione” operata ai danni dell’immaginario dei preadolescenti.

Non ci riferiamo tanto ai genitori, il più delle volte ignari del problema o essi stessi coinvolti nel meccanismo infernale del gioco. Piuttosto siamo noi, donne e uomini delle istituzioni, che nonostante possediamo tutte le informazioni a disposizione e gli strumenti necessari per intervenire, sembriamo sottovalutare il fenomeno. Anziché agire attraverso meccanismi di deterrenza concediamo maggiori licenze. Ciò con l’obiettivo – così scriviamo nella nuova proposta di Legge di stabilità – di sconfiggere il “sommerso”, ossia l’infiltrazione della criminalità organizzata nel mercato del gioco. Giustissimo! Ma poi? Non è forse il gioco tout court ad essere il vero problema? Ci domandiamo: è lecito tollerare che un dodicenne rubi la carta di credito della mamma per giocare alla slot machine di una regolare sala giochi?

Eppure conosciamo i numeri, le statistiche e le stime di quanti, giovanissimi o meno, sono vittime della dipendenza da gioco! Ritenere che la priorità sia la lotta al sommerso e che la soluzione sia avviare maggiori concessioni significa scientemente aggirare il problema, offrire soluzioni fuorvianti. Così come tanti di noi non ne possono più delle campagne di sensibilizzazione! Sia chiaro: non che si compia qualche errore a promuovere campagne che ammoniscono sui rischi del gioco d’azzardo, ma esse non possono rappresentare un lavabo per la coscienza di quanti con una mano puntano l’indice contro il gioco, mentre con l’altra ne favoriscono la diffusione.

La prevenzione è efficace solo se accompagnata da un’azione altrettanto efficace di contrasto diretto alla diffusione del gioco. Stante le cose sembra che noi non preveniamo il virus della ludopatia, ma non è nostro compito fornire soluzioni? Se non ci facciamo subito carico dell’”inganno”, dovremo ben presto affrontare il costo sociale delle conseguenze della diffusione del gioco d’azzardo; un costo sociale sempre più preoccupante che non corrisponde semplicemente al problema etico della crescita delle future nuove generazioni. Il GAP (Gioco d’azzardo patologico), infatti, rappresenta anche un costo economico, considerando la spesa pubblica che attualmente viene stanziata dal ministero della Sanità per curare i dipendenti o fornire un’assistenza sanitaria idonea.

La parola d’ordine dovrebbe essere invertire la tendenza prima che i “costi” superino i “ricavi”, perché questo dovrebbe essere il compito primario della politica. Facciamolo prima che sia troppo tardi; prima cioè di trovarci a fronteggiare l’ingente costo in termini di spese medicosanitarie per i tanti ragazzi stretti nella morsa del gioco, a fronte dei più esili, oltre che “sporchi”, introiti nelle casse dello Stato che provengono dai bingo, dalle sale giochi, dalle lotterie o, drammaticamente, dai giochi online. Basterebbe intralciare, attraverso una regolamentazione più rigida, l’esercizio delle attività esistenti e scoraggiare l’ingresso nel mercato di nuovi attori. Un impegno oltre l’ipocrisia.

Vedi anche

Altri articoli