Luciano Lama, il leader che capiva gli operai

Sindacati
Pierre Carniti (CISL), Luciano Lama (CGIL) e Giorgio Benvenuto (UIL)

Mi sento ancora figlio del “sindacato soggetto politico, unitario ed autonomo” di Luciano Lama e di Bruno Trentin: sindacalisti, politici e partigiani

Quando mi iscrissi, da giovane impiegato metalmeccanico, alla Fiom Cgil di Torino, nel 1970, Luciano Lama era appena stato eletto segretario generale. Ricordo che sulla tessera della Cgil c’era ancora la sigla, in piccolo, della Fsm (Federazione sindacale mondiale, che gravitava nell’orbita dell’Unione Sovietica e dei paesi dell’Est Europa) alla quale la confederazione aderiva: Lama, che fu un forte sostenitore dell’unità e dell’autonomia del sindacato, preparò anche il terreno per l’uscita dalla Fsm nel 1978. La motivazione fu che gli orientamenti dell’organizzazione mondiale “erano contrari al modo di concepire la natura, il ruolo e la vita del sindacato proprio della Cgil”.

Ebbi modo di conoscere Lama molti anni dopo il mio ingresso nel sindacato, in occasione di alcune manifestazioni: mi colpì l’autorevolezza naturale della sua figura, la sua fisicità che lo faceva assomigliare a un patriarca, la sua forte e persuasiva oratoria e il suo legame con gli operai, con i quali entrava rapidamente in sintonia. Era un riformatore che seppe condurre la Cgil nei difficili e complessi anni ’70 e ’80: dalla spinta dell’unità sindacale, rimasta incompiuta anche per i veti della politica, fino alla rottura tra le confederazioni sulla scala mobile avvenuta con il referendum del 1985.

Lama seppe comprendere che il ruolo dei lavoratori non doveva fermarsi al governo del processo produttivo e del salario, ma spingersi fino ad ispirare le grandi riforme e per garantire la difesa ed il rinnovamento di uno stato sociale non assistenziale. Da qui l’accordo del 1975 con Gianni Agnelli, Presidente di Confindustria, sul punto unico di contingenza, per raffreddare la conflittualità esasperata di quel periodo, la “politica dell’Eur” del 1978 che indicò la strada dei “sacrifici” e della moderazione salariale per favorire la lotta contro l’alta disoccupazione, fino alla capacità di trasformare il sindacato unitario in un baluardo della democrazia nei lunghi anni del terrorismo.

Lama, insieme a Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto, venne in soccorso dei metalmeccanici nella dura vertenza del 1980 combattuta ai cancelli della Fiat. In quell’anno ero appena stato eletto segretario generale della Fiom Cgil del Piemonte e vissi in prima persona la lotta, la speranza e, infine, la sconfitta. Anche in quell’occasione Luciano Lama dimostrò la sua fermezza e la sua lucidità di fronte ad una battaglia che, dopo “i 35 giorni” di presidio della fabbrica e la “marcia dei 40.000″, era definitivamente perduta, anche per gli errori del sindacato. Oggi, a venti anni dalla sua scomparsa, ho voluto ricordarlo perché mi sento ancora figlio del “sindacato soggetto politico, unitario ed autonomo” di Luciano Lama e di Bruno Trentin: sindacalisti, politici e partigiani.

Vedi anche

Altri articoli