Luca Coscioni corre ancora. Con noi e per noi

Diritti
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Luca vive solo ora che è morto, disse Marco Pannella al suo funerale: voleva dire che solo da morto è stata data la possibilità al popolo italiano di sapere che era esistito Luca, e (in parte) quello per cui aveva lottato

Bella, la vignetta di Sergio Staino su l’Unità di ieri. Quel Bobo che commosso sospira “Dieci anni fa moriva Luca Coscioni”, sono io; ma sono io anche Bibi, la moglie, che accigliata puntualizza: “E siamo ancora nelle mani di Bagnasco”. Sono il dolore di Bobo, sono l’indignazione di Bibi: perché Luca che in queste ore, in questi giorni, viene ricordato con parole di ammirazione e di elogio per il suo irriducibile impegno per la libertà di ricerca; il Luca militante e dirigente radicale che si batte con tutte le forze per i diritti civili ed umani, ecco questo Luca è lo stesso che in vita è stato volutamente escluso ed ostacolato. Da caso pietoso, colpevole di essere diventato un caso pericoloso, che non doveva essere conosciuto e con lui la sua strenua lotta.

Luca vive solo ora che è morto, disse Marco Pannella al suo funerale: voleva dire che solo da morto è stata data la possibilità al popolo italiano di sapere che era esistito Luca, e (in parte) quello per cui aveva lottato. In tanti dovrebbero spiegare perché seppero essere così miopi, così stolti, così poco misericordiosi… Dieci anni da allora… Cosa c’è di nuovo, sul fronte della libertà di ricerca? Molto poco rispetto agli obiettivi di Luca. Non voglio dire nulla sulle prese di posizione, peraltro non univoche, del Vaticano e della gerarchia cattolica. Le questioni di fede sono un qualcosa di personale, come tali vanno rispettate, le si condivida o meno. È sul fronte dello Stato, di “Cesare”, che ho molto da obiettare. Ogni giorno leggiamo di scienziati, di ricercatori, di studiosi italiani che raggiungono importanti risultati, grazie a loro si fanno importanti scoperte e progressi di cui beneficia tutta l’umanità; eppure queste nostre glorie, questo nostro patrimonio, che per tante ragioni dovremmo valorizzare, incentivare, aiutare, sono invece ostacolate, mortificate, deluse nelle loro legittime aspettative.

Letteralmente fuggono, costretti a “emigrare” all’estero, dove vengono accolti a braccia aperte. Per fare un solo esempio: un piccolo stato del Sudamerica, l’Ecuador è diventato un polo attrattivo per ricercatori di tutto il mondo. È stato varato un progetto nazionale, “Buen Vivir” che punta sull’alta formazione, la parola d’ordine è “creare una società basata sulla conoscenza e sull’innovazione, che veda la scienza e la tecnologia come risorse infinite di ricchezza”. Dal 2012 sono stati approvati un migliaio di progetti da altrettanti ricercatori di cinquantuno nazionalità differenti, una cinquantina gli italiani. Si investe in ricerca, si produce conoscenza (e ricchezza). In Italia? Abbiamo sottoscritto il trattato di Lisbona del 2000 e il Consiglio Europeo di Barcellona del 2002; fissano la quota del 3 per cento del Pil da destinare al finanziamento della ricerca e sviluppo.

Anche su questo, siamo inadempienti, essendo fermi all’1 per cento. Per fare un esempio, i fondi per la ricerca di base italiana, distribuiti su base competitiva ai progetti scientifici che sono valutati più validi, sono dieci volte di meno di quelli della Francia.

Da anni il Consiglio Nazionale delle Ricerche non riesce a finanziare la ricerca di base. I Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale, salvo sporadiche eccezioni, sono inattivi dal 2012. Qui non posso che accennare a questi temi complessi, che pure vanno affrontati, discussi, richiedono confronto e riflessione; perché dietro l’uso di certe parole, e la loro manipolazione ci sono spesso precise volontà politiche, “fatti” concreti, che comportano scelte e conseguenze rilevanti.

Anche per questo l’Istituto Luca Coscioni, che presiedo, ha organizzato per lunedì 29 febbraio l’evento “Dalla Libertà di Ricerca alla Ricerca della Libertà”. Ci troveremo alla Camera dei Deputati nella sala Aldo Moro, per un momento di riflessione su questioni e diritti di libertà, che vengono erosi da diverse volontà convergenti nell’imporre divieti, proibizioni, visioni univoche, non pluraliste e perfino intolleranti; dai dilemmi del diritto dinanzi alle sfide delle neuroscienze al linguaggio nelle scelte di fine vita.

C’è tanto lavoro da fare, che bisogna fare: a partire dall’uso dei termini, delle parole. Una riflessione adeguata sul linguaggio, sul potere della parola, e le parole del potere: locuzioni entrate nel “dire” comune che celano concezioni, “mondi”, politiche. È bene essere attenti a certe espressioni, al loro significato, alle conseguenze pratiche che possono sottendere. Il Potere, mi riferisco a quella “federazione” di poteri che sfuggono alle leggi, sono irresponsabili nel senso letterale, incontrollabili e incontrollati, da sempre vogliono governare i corpi, e attraverso i loro corpi, le coscienze; lo possono fare grazie alla mancanza di informazione e conoscenza.

L’ignoranza, il non sapere, genera disorientamento, è terreno fertile per superstizioni e fanatismi, ci rendono sudditi e non cittadini, donne e uomini, disabili e “sani”, liberi di poter sognare e agire secondo scienza e coscienza. Per questo, Luca si è battuto e ha vissuto: per una società senza discriminazioni, dove tutti siano titolari di diritti, senza essere preda di un assistenzialismo predatorio fatto di una ragnatela di “associazioni di categoria” che rivendicano “quote” di potere e risorse per garantirsi una sopravvivenza fine a se stessa: non solo inutile, anche dannosa. Luca, il “maratoneta” corre ancora. Con noi, per noi.

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