Luca Carboni è sempre lo stesso?

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“Pop up”, il nuovo disco di Luca Carboni, ci dà l’occasione per un viaggio nei suoi pezzi del passato.

Una certa propensione all’immobilismo paga bene nel mondo discografico italiano. Ciò nonostante, per tutte le glorie della musica leggera arriva, prima o poi, il momento fatidico in cui bisogna affrontare la domanda: come invecchiare?
Molti sembrano non subire per nulla il contraccolpo: forse perché un po’ vecchi dentro lo sono sempre stati; altri vivono lo scorrere degli anni con un ansia pazzesca e pur di sottrarsene si farebbero criogenizzare. Altri ancora, sull’esempio di colleghi stranieri, sono i migliori manager di sé stessi e, seppure nemmeno prossimi al viale del tramonto, capiscono che è il momento di guardarsi intorno.
Quest’ultimo è il caso di Luca Carboni, 53 anni, dalla settimana scorsa in gioco con un nuovo album di inediti, “Pop up”.
Dicevamo guardarsi intorno perché Carboni ha scritto i suoi nuovi brani avvalendosi della collaborazione di alcune “forze fresche” del panorama pop italiano: autori e musicisti più o meno giovani, e un produttore con un nome dalle reminiscenze neoclassiche (Canova), che oramai pare avere il monopolio dell’airplay radiofonico italiano – Jovanotti, Ferro, Antonacci; insomma tutti quelli che vi vengono in mente li produce lui.
Rispetto ai personaggi citati, Carboni appartiene ad una categoria leggermente diversa. Più che una pop star è un icona: l’aver accompagnato e caratterizzato un preciso periodo storico/culturale italiano, quello che va dalla metà alla fine degli ottanta (con un onda lunga fino ai primissimi novanta), lo rende un’incarnazione dello spirito di quegli anni. Come se, pavlovianamente, le persone sostituissero alcuni ricordi di quella stagione con la musica del cantante  in sottofondo.
Questo perché Carboni non si è mai prestato ad una sovraesposizione mediatica, anzi: spesso e volentieri è sparito e si è occultato tra un disco e l’altro, tra un tour e l’altro, evitando di saturare, e quindi di cancellare, gli spazi di memoria collettiva occupata dal Carboni di quindici, vent’anni fa.

Il primo singolo del disco nuovo si chiama “Luca lo stesso”, scritto anche con la collaborazione di Tommaso Paradiso, della band “indie” Thegiornalisti: un altro esegeta canoro degli anni ottanta. Carboni canta “amami ancora adesso, sono sempre Luca o stesso”, quasi a voler ratificare una linea di continuità che lega la sua produzione attraverso gli anni.

Il video è un omaggio a quello, famosissimo, di Robert Palmer “Addicted to Love”, datato 1986.

E in effetti, ci verrebbe da dire, Luca è sempre lo stesso.
Ammantato di un fascino tipicamente metà anni ottanta, quando, sulla scia del film “9 settimane e 1/2″, si afferma un sex symbol dall’aria svagata e teneramente maledetta, sullo stampo di Mickey Rourke.
Lo stesso Luca che “si buca ancora” di uno dei suoi brani più famosi, anche se quello della canzone non era Luca Carboni.
Lo stesso Luca che poi, nei primi Novanta, si compra “anche la moto, usata ma tenuta bene”.
Il cantante che ci ha regalato una serie di brani impressi a fuoco nella memoria.
Questi:

Ci Stiamo Sbagliando (dal disco “…Intanto Dustin Hoffman non sbaglia un film” 1984)

Silvia lo Sai (da “Luca Carboni” 1987)

Farfallina (da “Luca Carboni” 1987)

Ci Vuole un Fisico Bestiale (da “Carboni” 1992)

Mare Mare (da “Carboni” 1992)

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