L’ossessione del controllo in un mondo incontrollabile

Terrorismo
epa05218773 An ambulance car escorted by a civil police car leaves from the scene after an anti-terror operation in the Molenbeek neighborhood of Brussels, Belgium, 18 March 2016. Media reports claim that fugitive terror suspect Salah Abdeslam has been wounded but arrested alive during the anti-terror operation in Molenbeek that was carried out within the investigations linked to last year's Paris terror attacks. (Editors note: Colour cast due to flashing lights on ambulance and police cars)  EPA/STEPHANIE LECOCQ

L’epoca che stiamo vivendo è dominata dall’esperienza dello sradicamento, che scatena un conflitto per l’identità che può assumere anche la veste dello scontro religioso, ma la cui causa di fondo non è religiosa

A scorrere le notizie di queste settimane e i relativi commenti, l’impressione è che noi cittadini delle democrazie occidentali viviamo in società sempre più «control freak». Ossessionate dal controllo. Nevrotizzate dall’idea di potere e dovere controllare, prevedere e sterilizzare qualunque possibile minaccia. Paradossalmente, quanto più la nostra vita è determinata da fenomeni che sfuggono alla possibilità di governarli attraverso i vecchi strumenti istituzionali e politici nazionali (anche per nostre scelte istituzionali e politiche, peraltro), tanto più cresce e si rafforza la posizione di quei leader politici e di quei movimenti che promettono di restituircene il controllo.

«Take back control» è lo slogan che ha assicurato la vittoria ai sostenitori della Brexit. Riprendere il controllo: sull’immigrazione, sull’economia, sulla sicurezza, vale a dire su tutto quello su cui non l’Unione europea, ma la globalizzazione ha tolto il timone dalle mani di governi e parlamenti nazionali. E lo dimostra il fatto che la stessa retorica sta avendo uno straordinario successo anche negli Stati Uniti, con la campagna di Donald Trump al grido di «make America great again». Far tornare l’America grande. In altre parole, in controllo della situazione: sull’immigrazione, costruendo muri ai suoi confini; sulla sicurezza, bloccando l’ingresso a cittadini di religione islamica; sugli stessi impegni internazionali del paese, dichiarando di essere pronto a sottrarvisi unilateralmente. Poco importa che le proposte di Trump, nel merito, siano del tutto controproducenti rispetto agli stessi obiettivi dichiarati, a cominciare da quello di rifare grande l’America attraverso una simile ritirata dal mondo. Una fuga dalle responsabilità che avrebbe un solo possibile risultato: fare l’America infinitamente più piccola, e il mondo assai meno prevedibile e sicuro, anzitutto per l’America. È la stessa contraddizione che ha caratterizzato la campagna dei promotori del Leave in Gran Bretagna. Una contraddizione che però non ha impedito loro di vincere.

Ma è nel cuore del Vecchio Continente, tanto più dopo gli ultimi attentati, che il crescente senso di insicurezza sta alimentando la richiesta di una marcia indietro dai pericoli e dalle responsabilità globali tanto vaga e impraticabile quanto avvertita come urgente e indispensabile, in un mondo fuori controllo. Il mondo, del resto, è effettivamente sempre più al di fuori della capacità di controllarlo di Europa e Stati Uniti, ma certo non tornerà più sicuro e accogliente dopo che Europa e Stati Uniti avranno deciso di ritirarsene unilateralmente. L’idea di poter chiudere il mondo e i suoi problemi fuori dai nostri confini è destinata a rivelarsi un inganno. Gli elettori che hanno votato per la Brexit, probabilmente, hanno già cominciato a scoprirlo. Ma non è detto che anche questa amara scoperta non finisca per alimentare un desiderio di chiusura e uno spirito di rivalsa ancora più accentuati.

In un’intervista all’Unità, il filosofo Giacomo Marramao ha sostenuto che l’epoca che stiamo vivendo è dominata dall’esperienza dello sradicamento, che scatena un conflitto per l’identità che può assumere anche la veste dello scontro religioso, ma la cui causa di fondo non è religiosa. A conferma della tesi, il grande orientalista Olivier Roi sostiene da tempo che gli attacchi del terrorismo su suolo europeo, e in particolare nell’area francobelga, non sono venuti da islamici che sulla strada della religione hanno incontrato la violenza terroristica, ma da piccoli delinquenti e sbandati che sulla strada della violenza, a un certo punto, hanno incontrato l’ideologia islamista. Se tutto questo oggi assume però le dimensioni di quel terremoto che sembra scuotere la struttura stessa del nostro mondo, anche dal punto di vista concettuale, la ragione non è psicologica, sociale o religiosa. Come sostiene un altro filosofo della politica, Biagio de Giovanni, quella che abbiamo davanti è la prima crisi politica della globalizzazione. Una crisi che ha al suo centro l’Europa e quel «liberalismo impolitico» che ha guidato la sua costruzione sin dalla caduta del muro di Berlino. L’ascesa di Trump da un lato e la crisi dell’Unione europea dall’altro sarebbero insomma la conseguenza del declino politico dell’Occidente, con il venir meno della sua capacità di guidare, informare di sé e in ultima analisi anche “controllare” il mondo.

Non c’è bisogno di condividere il pessimistico parallelo di de Giovanni, che ricorda come la crisi della prima globalizzazione, quella di fine ottocento, abbia prodotto una crisi economica e due guerre mondiali, per nutrire qualche fondato motivo di preoccupazione. Nessuno controlla il mondo è il titolo della traduzione italiana uscita per il Saggiatore di un libro di Charles Kupchan (il titolo originale era No One’s World) pubblicato in America nel 2012. La tesi centrale era che il sistema internazionale sarebbe stato costituito sempre più «da numerosi centri di potere indipendenti e da molteplici versioni della modernità». In questo mondo sempre più interconnesso e interdipendente, ma per la prima volta «privo di un singolo centro di gravità o di un angelo custode globale», le nuove potenze emergenti non avrebbero accettato passivamente il posto loro assegnato dall’occidente nell’ordine internazionale, ma avrebbero preteso di contribuire a ridisegnarne le regole. E a quel tavolo, ammoniva Kupchan, l’o ccidente «non potrà concedere meno di quanto otterrà». In altre parole: dovrà accettare di “controllare” un po’ meno quel mondo che comunque, nel frattempo, gli è già ampiamente sfuggito di mano. Resta da capire, però, se alla costruzione di un nuovo ordine l’occidente (come tale) voglia ancora partecipare, ed eventualmente chi si siederà a quel tavolo in suo nome.

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