L’omicidio Di Rosa e le responsabilità “nere” mai punite

IeriOggi
Giorgio Almirante e Pino Rauti al congresso dell'Msi - Movimento sociale a Roma il 19 gennaio 1975.
ANSA / ARCHIVIO STORICO 58056

Il ruolo del deputato del Msi Saccucci, una pagina cancellata da una sentenza vergognosa

Il toccante articolo della signora Mariella Di Rosa che pubblichiamo sul nostro sito Unità.tv riporta alla memoria quella tragica giornata di 40 anni fa a Sezze Romano, piccolo e gradevole paese in provincia di Latina, quando un gruppetto di fascisti aprì il fuoco uccidendo Luigi Di Rosa, che era iscritto della Federazione giovanile comunista.

Il gravissimo episodio cadeva poche settimane prima delle elezioni politiche del 1976, quelle del “massimo storico” del Pci, in un clima politico accesisissimo, a metà di quei Settanta segnati dall’incredibile intreccio di espansione della democrazia e dei diritti (dal divorzio alle assemblee, dalle conquiste sindacali al crescere dei movimenti giovanili e femminili) e violenza diffusa, “rossa” e “nera”.

Nella memoria, erano tempi belli e brutti nello stesso tempo. Per chi, come chi scrive, era giovanissimo, non si viveva che di lotta politica: con tutte le ingenuità di quegli anni. Lotta voleva dire proprio lotta. Purtroppo anche fisica. Sotto scuola, nei quartieri. A Roma e non solo, la Fgci del povero Di Rosa era fra due fuochi, quello dei neofascisti e quello degli autonomi, la punta più dura galassia dell’estremismo “rosso”, ugualmente violento.

Nel capitolo della violenza – oggi se n’è un po’ persa memoria- c’è appunto il lugubre paragrafo “nero”, l’azione squadristica di gruppi più o meno legati al Movimento Sociale di Giorgio Almirante (il capo del Msi a cui Giorgia Meloni vorrebbe intitolare una strada di Roma). Il Msi siedeva in parlamento da lungo tempo e lo stesso Almirante aveva modi signorili, grande eloquio e parecchia furbizia politica, e come lui altri esponenti di quel partito. Ma i militanti delle sezioni missine non andavano per il sottile, e con essi gli universitari del Fuan, per non parlare dei gruppi para-terroristici che via via si sono susseguiti. Venivano fuori le compromissioni fra Ordine nuovo e Avanguardia nazionale e ambienti stragisti.

Intanto morivano giovani quasi quotidianamente. Giovani di sinistra, giovani fascisti, giovani agenti.

A Sezze, per l’appunto, la squadraccia si accompagnava a quel Sandro Saccucci, già di Ordine nuovo e all’epoca dei fatti deputato del Msi, che Giorgio Amendola – in una manifestazione della Fgci per Di Rosa tenutasi a Roma il giorno dopo i fatti(ricordo che c’era l’allora segretario della Fgci di Roma, il compianto Gianni Borgna) – apostrofò con grandissimo sdegno.

Saccucci quel giorno, nel suo comizio, tanto per far capire l’aria che tirava, circondato dai suoi, a un certo punto tirò fuori la pistola: e infatti poco dopo fu la tragedia. Incredibilmente, fu assolto in Cassazione, con una di quelle sentenze che gridano vendetta: tutta Sezze vide, tutta l’Italia giudicò.

40 anni dopo, la sorella di Luigi Di Rosa chiede ancora giustizia. Ha ragione. E’ troppo facile, troppo sbrigativo, troppo banale, dire che i conti con quella stagione di violenza sono stati saldati. La giustizia ha fallito, nel caso del giovane di Sezze Romano. Almeno il giudizio storico sui responsabili di quell’omicidio sia senza sconti, 40 anni dopo.

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