L’Odissea della Delibera 32

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Il caso-simbolo di un provvedimento che finanzia nuovi cantieri: dal ministero alla Ragioneria, dall’Autorità di bacino, alla Protezione civile impiega 9 mesi per i timbri previsti per legge

 

Per compiere il suo immaginario “Tour du monde”, Jules Verne, nel 1873, impegnò Phileas Fogg e Passepartout per 80 giorni. Dovevano vincere la scommessa della circumnavigazione del globo con vari mezzi di fortuna, e alla fine la portarono a casa insieme a 20.000 sterline di premio. Quanti giorni occorrono, invece, nella frizzante nostra modernità che Zygmunt Bauman ha definito con il concetto di “società liquida” predicando che ormai “il tempo che percepiamo è quello presente” e che ti permette il giro del mondo sul jet Concorde in sole 24 ore, ad una Delibera del Cipe (comitato interministeriale programmazione economica) che stanzia fondi per investimenti urgenti per raggiungere il traguardo della gara d’appalto e poi dell’apertura di un’area di cantiere? Un esempio?

E’ il viaggio della Delibera numero 32, che il 24 febbraio del 2015 ha assegnato 600 milioni di euro come primo stralcio di 1.3 miliardi di interventi definiti dal Governo giustamente “non rinviabili”, e quindi subito da impegnare su terre fragili e ferite da collassi franosi e alluvioni, per poter avviare dopo quarant’anni di inseguimenti di emergenze quella benedetta prevenzione che è la più grande opera pubblica.

La Delibera aveva già alle spalle 4 mesi di concertazioni, con progetti portati da definitivi ad esecutivi, e risorse definite con criteri di priorità da #italiasicura con ministeri, Ragioneria dello Stato, Regioni, Autorità di bacino e Protezione Civile. Finanzia i primi 132 cantieri nelle 14 città metropolitane con una potenzialità di 20.000 nuovi occupati. Beh, quanto tempo è passato senza muovere foglia e senza far alzare polvere di cantiere, ma solo per portare come in un pellegrinaggio sulla strada di Compostela, le 10 pagine dell’atto verso la miriade di uffici dello Stato dove, per legge, deve fermarsi ogni Delibera Cipe in attesa di pareri, firme, visti, timbri, vidimazioni e bollinature?

Nove mesi secchi. 270 e passa giorni per la via Crucis nella Capitale, iniziata dalla sede del Cipe in via della Mercede. Da qui è ritornata a Palazzo Chigi per prendere la strada della Conferenza unificata Stato Regioni in via della Stamperia e continuare la peregrinazione verso la Corte dei Conti in via Mazzini e dirigersi poi ai ministeri dell’Ambiente sulla Colombo e delle Infrastrutture, per proseguire quindi verso quello dell’Economia con la Ragioneria in via XX settembre.

A quel punto, passata la primavera e l’estate, arrivato l’autunno, il gioco dell’oca ha previsto il ritorno a Palazzo Chigi e la ripartenza per essere corredata di altri pareri che vi risparmio ma sono tutti atti dovuti. È passato più di un anno sabbatico, oltre il 20% del tempo di una legislatura, che nessun Paese, e figuriamoci l’Italia, può permettersi. Chiunque si occupi seriamente di pubblica amministrazione e mastica politica, sa bene che la madre di tutte le battaglie è contro la dittatura delle procedure e della burocrazia.

In un mondo che corre sempre più veloce, in una Italia che sta cambiando ed ha un disperato bisogno di cantieri e opere utili, l’animale più lento in assoluto non può più essere il pachiderma della nostra pubblica amministrazione, l’eredità che può zavorrare anche la ripresa rappresentata dall’incredibile perdita di tempo che lo Stato impiega dall’assegnazione di fondi pubblici alla loro effettiva erogazione per permettere alle stazioni appaltanti, in questo caso le Regioni, di indire gare d’appalto. Non è questo capolavoro di ordinaria burocrazia la vera inclinazione all’autoritarismo? Altro che il metodo di eleggibilità dei senatori di un Senato destinato a cambiare completamente funzioni.

È lo stato semplice la vera rivoluzione, e finalmente la legge Madia, con i suoi regolamenti attuativi, inizierà a riformare radicalmente la nostra amministrazione pubblica. Si tratta però di mandare al macero prima possibile anche le procedure contabili ripetute all’infinito che non hanno niente a che fare né con i controlli preventivi e post né con la tutela dell’ambiente e dei beni comuni, perché questa nostra scoordinata e inefficiente organizzazione aumenta la spesa corrente e ritarda gli investimenti. La verità è che la politica avrebbe dovuto pensarci e agire venti o trenta anni fa ma non ha mai avuto il fegato di fare i conti con l’oligarchia e l’inefficienza del sistema, anzi ne è rimasta volentieri prigioniera ed ostaggio. Ampi settori dello Stato hanno potuto vivere di rendita guardando alle peripezie politiche (altro guaio che l’Italicum prova a modificare) con distacco e un retro-pensiero autoreferenziale: governi e politici passano, noi restiamo. La cronistoria della Delibera 32 forse può servire a far capire l’importanza di non fermarsi più.

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