Lode a te, ottimismo

Società
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L’indagine sulla felicità realizzata da WIN/Gallup International fotografa un’Italia ai vertici degli indici di pessimismo a livello mondiale. Ma è davvero così difficile pensare positivo?

A sentire l’indagine sulla felicità nel mondo realizzata da WIN/Gallup International su un campione di 66.000 persone, in 68 diversi Paesi, in Italia l’indice globale degli ottimisti si aggira attorno al 54%. Ma il dato significativo è un altro: l’Italia è in pole position per l’indice del pessimismo, il -37%. Peggio di irakeni (-35%), greci (- 28%) e palestinesi dei Territori Occupati (-27%). La fotografia di un paese scoraggiato, dove la fiducia nel futuro fatica a rimpiazzare la rabbia di chi “tanto non cambia niente”. È come se la capacità di sviluppare un atteggiamento improntato sulla fiducia trovasse, nel nostro Paese, un terreno scivoloso su cui rotolare allontanandosi da ogni proposito di ottimismo. Italiani popolo di piagnoni?

In inglese esiste un’espressione che dalla finanza ha allargato il suo raggio di significazione: bullish, cioè sentirsi come un toro. Veniva usata per riferirsi ai mercati in rialzo, ma con gli anni si è estesa anche alle persone. Sei bullish se vanti un’attitudine all’intraprendenza, all’energia e al dinamismo. Un po’ come il “siate affamati e siate folli” di Steve Jobs, dal discorso che rivolse ai laureandi della Stanford University nel 2005. Un’orazione così potente da trasformarsi in mantra motivazionale per moltissimi giovani. Ora, stay hungry, stay foolish può essere considerato come cieco ottimismo verso le proprie possibilità di realizzarsi. Oppure si può fare un salto nel fronte opposto, in mezzo alla schiera di chi: ogni muro è una porta, le ferite una feritoia. Tuttavia, ragionare su due unici poli vuol dire semplificare. Tanto da distorcere la questione.

Esiste un ventaglio di sfumature fra l’ottimismo ottuso e quello realistico che meritano di essere restituite. L’ottimista non è per forza colui che nega il problema, come alcuni credono. L’ottimista realistico considera il problema, ma al contempo lo concepisce come difficoltà da affrontare. Nessuna tendenza a pensare che l’orizzonte di negatività sia permanente. Nessuna inclinazione a identificarsi come una delle cause di quella negatività, magari la principale, finendo col farne una questione personale.

Nel registro semantico a cui il renzismo ci ha abituato la determinazione è sempre contro la rinuncia, il coraggio sopra il disfattismo e l’aspettativa al posto della rassegnazione. Ottimisti versus pessimisti. Gufi contro audaci. Eccoci tornati ai due poli? Sì, ma con una differenza. Perché, se nella vita, appollaiarsi dentro al nido del pessimismo è una scelta, o un’inclinazione, in politica la storia è diversa. L’ottimismo non può essere marchiato come semplice strategia per il consenso, del tipo “vendo una realtà che non è, pur di accaparrarmi i voti”. Per chi guida una comunità, l’ottimismo è quasi un imperativo. Se non si coltiva una forte fiducia in sé e nelle proprie possibilità di orientarsi – e orientare – al miglioramento, tanto vale farsi da parte. Al politico spetta il dovere di agire, e quello di illudersi che l’azione sia decisiva. Noi altri, invece, possiamo scegliere se attestarci su un filtro a colori o restare impantanati nei grigi. Tutt’al più, nuoceremo solo a noi stessi. Eppure mi chiedo, quando è stato che abbiamo rinunciato all’ottimismo, e alle illusioni che lo sottendono?

La necessità di illudersi è alla base della vita e di ogni sua manifestazione d’essere. La gigantesca fabbrica di illusioni che da sempre abitiamo ha visto firmare accordi di pace per disattenderli, sconfiggere malattie e incontrarne di nuove, sfiorare il benessere per soccombere sotto il peso dell’ennesima recessione. Perfino “uscire dalla crisi” può essere ritenuta un’illusione, dato che nel carosello della storia è ragionevole credere che risolta una ce ne sarà subito un’altra. Nonostante ciò, siamo sicuri che la reale alternativa alla propensione tutta umana di illudersi sia il pessimismo?

Henrick Ibsen ne L’anitra selvatica scrisse: “Strappa all’uomo medio le illusioni di cui vive, e con lo stesso colpo gli strappi la felicità”. Come dirlo meglio? Un pizzico di illusione e di ottimismo – suo parente prossimo – aiuta a migliorare la vita, perché dispone al domani, anestetizza il dolore, nutre le passioni e forgia le aspettative. Ci autorizza a un sorriso, malgrado tutto. Da inguaribile ottimista, so che ci arriveremo anche noi italiani. Ribaltando le classifiche di quest’anno.

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