Quando lo sport arriva prima della politica: il Kosovo membro della Fifa

Scenari
epa05287976 FIFA President Gianni Infantino (L) presents a pennant to Sandor Csanyi (R), President of the Hungarian Soccer Federation (MLSZ), during the 40th Ordinary UEFA Congress in Budapest, Hungary, 03 May 2016. The main items on the agenda are the first-ever election of a female member of the UEFA Executive Committee and the application for UEFA membership by the Football Federation of Kosovo (FFK).  EPA/TIBOR ILLYES HUNGARY OUT

Dopo l’ingresso nel Cio e nel Uefa il piccolo stato balcanico entra nell’organismo mondiale che governa il calcio. Ora il Kosovo attende che cada il veto di Cina e Russia e che possa far parte delle Nazioni Unite

Salvo imprevisti, domani il Kosovo diverrà membro della Fifa, che tiene il suo congresso annuale a Città del Messico. Dieci giorni fa era stato ammesso alla Uefa. L’ingresso nel gotha europeo e mondiale del calcio permette gli consente di guadagnare visibilità e riconoscibilità grazie al fatto che la sua nazionale, che sin qui ha potuto disputare solo amichevoli ufficiali, e solo dal 2014, disputerà le qualificazioni per i mondiali del 2018 e per gli europei del 2020. E questo, per un paese che non è membro dell’Onu, è un traguardo che va ben oltre la dimensione sportiva.

Da quando è nato, nel febbraio 2008, con una dichiarazione unilaterale d’indipendenza dalla Serbia, il Kosovo conduce una battaglia diplomatica per acquisire legittimazione a livello internazionale. La strada è tutta in salita. La Serbia non riconosce la sovranità dell’ex provincia. La Russia, storica alleata della Serbia, nemmeno. La Cina si è allineata alla Russia, come è solita fare su questi temi. Cina e Russia, essendone membri permanenti del Consiglio di sicurezza, bloccano l’ingresso kosovaro all’Onu, nella cui Assemblea generale ci sono ancora un’ottantina di Paesi, tra cui cinque membri Ue, che non hanno allacciato relazioni con Pristina.

Assodato che la porta del palazzo di vetro è sbarrata, il Kosovo ha giocato altre carte. È riuscito a entrare nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale. Alla fine dello scorso anno ha provato con l’Unesco, ma è andata male. Le adesioni a Uefa e Fifa, tuttavia, riscattano il fiasco. E chiudono un po’ un cerchio, per quel che riguarda lo sport. Il Kosovo, infatti, è già membro del Comitato olimpico internazionale (Cio), dal 2014. Quest’anno, a Rio de Janeiro, competeranno pure i suoi atleti.

Sia chiaro. La politica e la diplomazia hanno i loro tempi, e volte possono essere lunghissimi. Calcio e sport in generale, al limite, possono condizionarli. Il Kosovo spera che nel suo caso avvenga proprio questo, ma non è automatico che la storia prenda questa piega. Del resto anche Taiwan è nel Cio e nella Fifa (con il nome di Taipei), ma non nell’Onu. E sono anni che cerca il varco e il momento per ottenere una poltrona.

A ogni modo, a Pristina l’ingresso nella Uefa e nella Fifa è vissuto con entusiasmo. Fa sentire il paese e i suoi cittadini più dentro ai fatti del mondo, e rompe l’isolamento dei giovani. “Date ai nostri giovani la possibilità di giocare a calcio. Volete davvero togliere loro questo privilegio?”, aveva chiesto Fadil Vokkri, il presidente della federcalcio kosovara, agli omologhi europei, prima del voto per l’ammissione alla Uefa.

Intanto, in molti sperano che i calciatori di origine kosovara che militano in altre nazionali possano compiere la scelta patriottica e indossare, ora che è possibile, la casacca del Kosovo. Sono diversi gli atleti, figli della diaspora o emigrati con le loro famiglie a causa del conflitto del 1998-1999, che si sono fatti un nome in Europa. È il caso di Adnan Januzaj, che gioca con il Manchester United e la nazionale belga. O di Etrit Berisha e Lorik Cana, l’uno portiere della Lazio, l’altro difensore del Nantes, entrambi artefici della storica qualificazione della nazionale albanesi agli europei di quest’anno.

Cana, dell’Albania, è anche il capitano. E poi c’è la Svizzera, uno dei paesi dove la diaspora kosovara è più presente. Valon Behrami, Xherdan Shaqiri e Granit Xhaka sono tre colonne della nazionale. La Svizzera ha dato loro tanto, ma il Kosovo è il luogo dove sono nati. Cosa faranno?, ci si chiede oltre le Alpi. E la stessa discussione ha preso piede a Tirana e Bruxelles, per Berisha, Cana e Januzaj. Su Koha Ditore, il principale giornale del Kosovo, il commissario tecnico della nazionale, Albert Bunjaki, ha voluto rassicurare: “Non faremo pressioni su questi calciatori”. Ma ha detto anche che le porte sono aperte, per tutti.

Se a Pristina c’è adrenalina, a Belgrado l’umore è un po’ a terra. I ruoli si sono rovesciati, rispetto ai tempi del tentato ingresso del Kosovo nell’Unesco. Allora a gioire era stata la Serbia, che continua a ostacolare il riconoscimento della sovranità dell’ex provincia a ogni livello, calcio compreso. Al tempo stesso, però, è impegnata in un dialogo con le autorità di Pristina, mediato dall’Ue e volto a trovare un modus vivendi nel nord dell’ex provincia, dove la maggioranza etnica è serba. L’accordo si fonda su uno “scambio” in base al quale Belgrado permette a Pristina di recuperare un po’ di sovranità su quello spicchio di terra, riservando però ai connazionali un grado di autonomia altissimo. Per qualcuno è solo un’intesa pragmatica, per altri un vero e proprio riconoscimento de facto del Kosovo, che anticipa quello de iure, politicamente ancora prematuro.

Non è dato sapere come andrà a finire, ma secondo Gorcin Stojanovic, un giornalista sportivo serbo sentito dal sito di Radio Free Europe/Radio Liberty, il calcio dovrebbe servire proprio questo percorso di dialogo, non affatto facile, anziché farsi strumento della battaglia diplomatica per e contro il riconoscimento del Kosovo. Visto che con la mediazione Ue si sta lavorando a questa normalizzazione dei rapporti tra Pristina e Belgrado, ha affermato il cronista, “la cosa più naturale da fare sarebbe organizzare un’amichevole tra Serbia e Kosovo. Risolverebbe tutti i problemi”. Francamente, sembra un’idea utopica.

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