Lo spettro della guerra civile in un paese Nato

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In una immagine tratta da Twitter l'esercito turco mentre chiude l'accesso a due ponti sul Bosforo a Istanbul, 15 luglio 2016.
ANSA/TWITTER
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Impossibile fare previsioni, la speranza è che si eviti un bagno di sangue

Alla mezzanotte di un 15 luglio pazzesco – che era iniziato contando morti e feriti di Nizza – non è assolutamente chiaro cosa stia succedendo in Turchia, un paese della Nato, delicatissimo snodo fra oriente e occidente, fra religioni diverse, fra formidabili correnti migratorie.

C’è stato un colpo di stato “classico”, l’esercito contro il governo legittimo: detta così, sarebbe un putsch autoritario di tipo sudamericano. Ma nel labirinto turco le cose non sono come sembrano. Nessuno è in grado di prevedere che tipo di regime succederà a quello del fuggiasco Erdogan, un politico che con la democrazia ha sempre litigato, pur essendo stato eletto democraticamente.

Ma l’allarme vero in queste ore è il seguente: siamo alla vigilia di una guerra civile fra sostenitori di Erdogan, che via smartphone ha invitato il popolo a dare battaglia, e l’esercito, non si sa bene da chi diretto e con quali orientamenti?

Va ripetuto: tutto ciò sta accadendo a poche migliaia di chilometri dall’Italia, in un paese che fa parte della Nato. In un momento altamente drammatico per l’Europa schiacciata dal terrorismo islamista e da spinte centrifughe (Brexit) per di più in un quadro economico sempre devastante, le notizie che arrivano dalla Turchia aggiungono angoscia ad angoscia.

Non c’è una conclusione, in questo articolo. Solo la speranza che prevalga la ragione e si eviti un bagno di sangue.

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