Lo ius culturae contro il terrorismo

Europa
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A scuola si pratica l’inclusione che la società deve essere poi in grado di replicare

C’è uno Stato, che Stato non è – almeno non geograficamente, non sapremmo tracciarne i confini su una carta muta – che combatte una guerra senza regole e senza schieramento di eserciti contro una comunità, che comunità sembra non essere – anche se almeno geograficamente è, potremmo tracciarne i confini su una carta muta. Una settimana dopo i tragici fatti di Parigi è questo l’incipit che racconta al meglio quello che sta accadendo in questi giorni. Focalizziamoci sul racconto se vogliamo capire cosa c’è in gioco.

Al di là di allarmismi infondati, paure generalizzate, chiusure e barricamenti.

Lo Stato Islamico, il famoso Califfato, è una realtà che possiede una forte epica, fatta di eroi imbattibili e invulnerabili, vittime sacrificali che si immolano nella battaglia contro l’Occidente, grazie alla quale ha il potere di creare appartenenza. E lo fa in maniera spettacolare e mediatica, con le immagini crude di decapitazioni su Youtube, utilizzando strumenti e canali di quell’Occidente che avversa e che vuole annientare.

Dall’altra parte l’Europa. Una comunità che fa fatica a riconoscersi. Frammentata e centrifuga. Unita da trattati e accordi ma che ha smarrito il racconto di sé. La sensazione è che siamo Europa quando gli altri ci costringono a esserlo: #jesuischarlie, #noussommesunis. All’epica del califfato rispondiamo con un cancelletto e uno slogan creato ad hoc per il momento. Sia chiaro, è giusto rendere vivo il ricordo di chi è morto. Nei giorni scorsi il Corriere ha pubblicato due pagine con le foto delle 129 persone uccise negli attentati del 13 novembre. «Perché sono più forti dei loro carnefici», diceva il titolo. Perché sono più forti dei loro carnefici, dobbiamo chiederlo noi che rimaniamo a noi stessi. Perché Valeria Solesin ha una lezione da insegnarci?

Perché ce l’aveva quando era ancora in vita, una bella testa – basta allo stereotipo dei cervelli in fuga – una cittadina europea, curiosa, assetata di bellezza? All’Europa manca il racconto di sé. Non la sua epica. Non abbiamo bisogno di vittime sacrificali. Né di monumenti a morti da ricordare una volta l’anno. Ci manca il racconto della nostra identità culturale, del motivo per cui abbiamo scelto di essere europei e di quello per cui ci riconfermiamo tali ogni giorno. Storie come quella di Valeria testimoniano che ciascuno di noi, singolarmente, lo sa. Manca il racconto in senso comunitario.

La scuola e l’università hanno un ruolo fondamentale nella costruzione dello storytelling europeo. Non a caso la Camera ha approvato nelle scorse settimane un percorso che fa passare dall’istruzione l’acquisizione della cittadinanza per gli alunni immigrati. Lo ius culturae. Dietro i banchi d i scuola si diventa parte di un tutto. Non per aver appreso una lingua o aver imparato a memoria la storia di un Paese ma perché a scuola si pratica l’inclusione, la stessa inclusione che la società deve essere in grado di replicare per non lasciare spazio a emarginazioni, terreno fertile per fondamentalismi e criminalità. L’ho visto con i miei occhi, all’indomani dei fatti di Parigi, in una scuola di Reggio Calabria che ho visitato: oltre 100 studenti stranieri – rumeni, senegalesi, filippini – all’interno di un percorso di inclusione funzionante, che loro stessi hanno voluto raccontare.

L’istruzione ha lo straordinario potere di far comprendere alle nuove generazioni lo scarto che esiste tra due parole che fanno parte del nostro patrimonio culturale, come ha avuto modo di sottolineare lo storico Andrea Giardina: “ospitalità” e “accoglienza”. La prima, un vincolo morale che può ripetersi nel tempo, una relazione frammentata. La seconda, un rapporto stabile e definitivo che può sfociare in una convivenza comunitaria. Ecco, l’Europa deve ricordarsi dell’importanza dell’accoglienza come fonte di arricchimento. Deve riscoprire le sue radici comunitarie e avere la capacità di raccontarle.

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