L’Italia passi dallo stato emergenziale alla normalità

Ricerca
LA JOLLA, CA - FEBRUARY 28:  Embryologist Ric Ross examines a dish with human embryos under a microscope at the La Jolla IVF Clinic February 28, 2007 in La Jolla, California. The clinic accepts donated embryos from around the country through The Stem Cell resource which are then given to stem cell research labs for research.  (Photo by Sandy Huffaker/Getty Images)

Occorre un intervento strategico in grado di radicarsi nel sistema ricerca

La recente attenzione del governo rispetto alle tematiche della ricerca ed in particolare l’annuncio di ieri del presidente del Consiglio di stanziare 2,5 miliardi per la ricerca e 1 miliardo per la cultura non possono che essere accolte con soddisfazione da chiunque, a vario titolo, operi nel settore della ricerca.

Avevamo già apprezzato l’annuncio di un piano per rilanciare la ricerca in risposta all’appello dei colleghi italiani vincitori dei prestigiosi finanziamenti europei Erc e residenti all’estero in cui si prospettavano risorse aggiuntive per i vincitori Erc e appositi fondi per i “Top Talents”. Anche l’idea di recuperare l’area Expo di Milano per farne strutture di ricerca, la cosiddetta Human Technopole,  è in linea di principio meritoria. Queste iniziative suscitano indubbio interesse nei ricercatori ma anche dubbi se non preoccupazioni, poiché non sempre sono chiari i modi concepiti per la loro attuazione. Le significative critiche che accompagnano Human Technopole e i pressanti inviti a definire opportune metodologie per assegnare l’ingente finanziamento ne sono un chiaro esempio.

D’altro canto, l’impatto di qualunque misura sul sistema italiano della ricerca rischia di restare limitato se esse assumono carattere episodico e se non si affronta contestualmente, in modo strategico, un vero risanamento che permetta un efficace rilancio complessivo del sistema.

Credo che tutti i ricercatori vogliano offrire al governo alcune riflessioni e comincio quindi a elencare gli spunti che mi appaiono più urgenti, partendo dal punto di vista di chi, come me, opera all’interno del Cnr che è il principale degli enti di ricerca e l’unico a carattere multidisciplinare.

Lo stato attuale

La fotografia ad oggi mostra che la ricerca pubblica italiana, a dispetto del suo cronico sotto-finanziamento (riconosciuto dallo stesso premier), conserva il suo prestigio e continua ad occupare nel mondo un posto di tutto rilievo considerando qualunque indice (produttività scientifica, capacità di attrarre fondi esterni, ovvero stanziamenti diversi da quelli pubblici). Ad esempio, il Cnr riceve un finanziamento governativo di poco superiore ai 580 milioni di euro (che, fatti salvi i fondi vincolati in gran parte esterni all’ente servono, sostanzialmente, per la copertura degli stipendi), mentre un omologo ente tedesco, il Max Planck, con un numero di ricercatori paragonabile (circa 5600 il Max Planck, circa 4200 il Cnr) riceve un finanziamento pubblico tre volte superiore. Malgrado ciò, la capacità di attrarre fondi è confrontabile (430 milioni del MP a fronte di 320 del Cnr, cioè esattamente pari al rapporto del numero di ricercatori). Un dato ancor più significativo, se si considera il contesto industriale più solido e disposto ad investire in ricerca in cui opera il Max Planck. La tabella con i dati ed i relativi grafici illustrano il confronto fra i due Enti e mostrano la vivacità del sistema ricerca in Italia, a dispetto del cronico sotto-finanziamento.

CNR Max Planck
Finanziamenti
Finanziamenti pubblci (fondi ordinari, progetti vincolati, premiali..) M€ 580 1631
Finanziamenti esterni (M€) 320 438
Finanziamento pubblico / ricercatore o tecnologo (M€) 0,14 0,29
finanziamenti esterni / finanziamento totale % 35,56 21,17
Personale
Ricercatori/Tecnologi di Ruolo 4207 5654
Personale a Tempo Indeterminato  complessivo 6884 17284
Risultati
Progetti Europei H2020  M€ 64 95
Pubblicazioni recensite  SCOPUS 2015 9248 11569

fondi di funzionamento_1Rapporto fondi esterni_2

Fondi progetti_3Scopus_4

 

Tuttavia, il sistema è fragile. La ricerca richiede continuo impulso, freschezza. Mancano condizioni strutturali, infrastrutturali e finanziarie per lo sviluppo delle ricerche, per il reclutamento dei giovani ed anche per il riconoscimento professionale dei ricercatori. Esiste un significativo divario rispetto agli altri paesi sviluppato che va colmato, portando l’Italia ad un livello di finanziamento stabile confrontabile con quello degli altri paesi occidentali. Non è tuttavia chiaro se nell’annuncio del governo dello stanziamento di 2.5 miliardi di euro per la ricerca, vi sia un reale aumento del fondo di funzionamento di Enti e Università, che è da ritenersi condizione minima, necessaria a colmare il gap.

Finanziamenti alla ricerca

Se davvero l’annuncio contiene un investimento straordinario questo non può che essere positivo, ma non è certo ancora sufficiente. Occorre che una simile misura (o meglio una simile decisione politica) non abbia carattere  eccezionale, ma sia stabile. E, soprattutto, occorre istituire ciò che in Italia manca rispetto ad altri paesi: la normalità di condizioni nell’accesso ai finanziamenti stessi.

Ciò significa introdurre modalità chiare, trasparenti e condivise per l’assegnazione dei finanziamenti. Non servono modalità basate sulla cooptazione personale, basate sulla “fama” di quanto già conseguito, ma occorrono, al contrario, invece inviti pubblici ai quali possano concorrere tutti i gruppi potenzialmente in grado di proporre un’idea originale; nell’assegnazione dei finanziamenti occorre poi applicare una logica di confronto e di valutazione fra pari, trasparente e in grado di passare ogni vaglio, come in tutti i paesi del mondo occidentale. Questo chiedono i colleghi vincitori di Erc residenti all’estero quando parlano di Agenzia della Ricerca, e questo chiediamo da anni anche noi ricercatori che operiamo in Italia. Questa è anche la chiave di lettura delle critiche di molti stimati colleghi alla vicenda Human Technopole nell’area ex-Expo in cui il governo intende investire 1,5 miliardi di euro. La decisione di affidare HT, e il suo cospicuo finanziamento pubblico, “ad personam” o “ad fondationem” (in particolare, alla  fondazione che segue le regole del diritto privato come quella che governa l’Istituto Italiano di Tecnologia), solleva molte polemiche alle quali, ad oggi, non s è risposto con argomenti convincenti.

Reclutamento

Occorre che il reclutamento di nuovi ricercatori nei prossimi anni sia stabile, che segua anch’esso criteri chiari, trasparenti e meritocratici, e che si ponga adeguata attenzione alla valorizzazione di quanti già contribuiscono al successo della Ricerca italiana. Viceversa, alcuni segnali allarmano per il loro carattere di “improvvisazione”.

Il primo segnale, il 26 febbraio scorso, un decreto del ministro Giannini sul reclutamento di 215 giovani ricercatori negli enti di ricerca privilegiando quelli con meno di cinque anni dal dottorato. Il proposito potrebbe essere positivo se fosse stato preceduto da una politica di investimento. Nello stato attuale, con gli enti di ricerca che non effettuano un reale reclutamento da ben oltre cinque anni, soprattutto per mancanza di risorse economiche governative, questa appare una misura ingiustamente punitiva per tutti i giovani che operano nella ricerca da oltre cinque anni cui non è stata offerta nessuna reale prospettiva negli ultimi anni.

Il secondo segnale, il 26 marzo successivo è l’annuncio del premier di reclutamenti “per chiamata diretta”, che il Cnr sarebbe in procinto di fare, con fondi propri, ai vincitori di Erc da reclutare in ruoli apicali. Sorvolando sul fatto che il Cnr è un ente autonomo, la cui autonomia discende da un principio fondante (l’articolo 33 della carta costituzionale) e che, ad oggi, non ha deliberato su decisioni preannunciate sulle colonne di un quotidiano, quale sarebbe la logica di una tale operazione?  Nelle attuali condizioni di fragilità, se il sistema non ritrova condizioni stabili ed affidabili di efficienza, alcuni isolati vincitori di Erc non  potrebbero fare molto, i fondi straordinari stanziati per loro non garantirebbero lo sviluppo delle loro ricerche né la valorizzazione dei giovani colleghi che ne rappresentano il futuro.

In una terza linea, le bozze del decreto attuativo della “delega per la riforma delle amministrazioni pubbliche” prevedono una riforma della figura professionale dei ricercatori e tecnologi degli Enti e nuove modalità di assunzione, la principale delle quali è la cosiddetta  “tenure track. Tale modalità è  simile a quanto avviene già nelle Università, in cui i giovani ricercatori saranno reclutati con contratti a tempo determinato, di 3 anni rinnovabili una sola volta per poi passare direttamente al ruolo di Primo Ricercatore – equivalente del Professore associato universitario. Ancora una volta, tali riforme che potrebbero fungere da stimolo per un rilancio della Ricerca in Italia, se sprovviste di un reale investimento economico, rischiano di rivelarsi sterili se non contro-produttive nei confronti di chi opera già negli enti di ricerca.

Occorre un intervento strategico, in grado di radicarsi nel sistema ricerca. Sarebbe quindi di gran lunga preferibile, sia per l’ingresso dei giovani ricercatori che per il reclutamento dei vincitori di Erc, o Fet (progetti europei più competitivi degli Erc, di cui il Cnr vanta – unico in Europa – due coordinatori su 11 progetti approvati nell’ultima call), che le Università e gli Enti di Ricerca  fossero finalmente affrancati dai lacci normativi e burocratici che impediscono un reclutamento efficiente e periodico e che avessero risorse adeguate per programmarlo a cadenze regolari.

Anche sotto questo punto di vista dunque, ben vengano gli annunci d’intervento economico, purché inseriti in una strategia d’intervento sistemico. In una parola la ricerca in Italia dovrebbe passare dallo stato emergenziale, con annunci emergenziali come quello di ieri, allo stato della “normalità”.

Occorre che entrino nelle nostra prassi il superamento delle modalità a chiamata, la selezione di buoni progetti mediante bandi pubblici e valutazione di “peer” come nel resto del mondo, la trasparenza, la certezza della regolarità degli interventi (finanziamenti, assunzioni, carriere). Un investimento che recuperi la ricerca pubblica, nella sua “normalità”, può produrre enormi frutti di grande valore per il Paese, con il recupero di importanti competenze scientifiche che oggi non trovano condizioni adeguate a svilupparsi, con l’immissione di giovani talenti portatori di nuove idee e nuove curiosità,  e con il recupero del “tempismo” dei risultati scientifici, come fu l’avvio di Internet. Queste condizioni rappresenterebbero inoltre un’iniezione di fiducia per i giovani talenti di cui noi riforniamo gli altri paesi dopo avere speso ingenti risorse nell’alta formazione.

 

Componente del CdA del Cnr, rappresentante eletto del personale

 

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