L’Italia ora ha una legge sul caporalato, finalmente usciamo dal Medioevo

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Si festeggia l’approvazione al Senato del Ddl anti sfruttamento e l’impegno del Ministero del Lavoro e dell’Agricoltura nel contrasto allo sfruttamento lavorativo

Sono trascorsi circa due anni da quando “In Migrazione” diffuse il dossier Doparsi per lavorare come schiavi col quale denunciò l’assunzione da parte di alcuni braccianti indiani della provincia di Latina di sostanza dopanti come oppio, antispastici e metanfetamine allo scopo di sopportare le fatiche psico-fisiche alle quali erano costretti nei campi agricoli.

Tra i deputati che per primi interrogarono il governo italiano e in particolare il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, dell’Agricoltura e il Ministro dell’Interno vi furono l’On. Realacci, l’On. Chaouki, l’On. Piazzoni e l’On. Pilozzi. Ora, a questa interrogazione ha risposto il Ministero del Lavoro in modo documentato. A leggerla ne derivano alcune considerazioni che possono aiutare a dipanare l’intrigata matassa di interessi e connivenze che co-determinano le ragioni che producono da anni lo sfruttamento bracciantile. Un problema sul quale la Flai CGIL, In Migrazione, la rete Coltiviamo Diritti, Medici senza Frontiere, Amnesty International, FilieraSporca e molte altre associazioni sono impegnate da anni, con rischi per molti loro attivisti non irrilevanti.

Il primo aspetto importante nella risposta del Ministero è il riconoscimento del problema. Sembra cosa da poco ma, in realtà, per anni lo sfruttamento dei braccianti, stranieri e italiani, è stato ignorato o sottovalutato. Veniva considerato marginale, poco rilevante o frutto di esagerazioni giornalistiche e sindacali. Eppure le testimonianze dei lavoratori erano continue, anche durante l’Expo di Milano, e tutte presentavano un quadro inquietante. Dalle cooperative senza terra, allo sfruttamento nelle campagne anche nel Nord del paese, dalle violenze sessuali nei confronti delle lavoratrici straniere, agli interessi diffusi nella produzione e relativa filiera delle mafie, dall’edulcorazione dei prodotti Made in Italy alle drammatiche morti di lavoratrici e lavoratori impegnati in lavori faticosissimi sotto il caldo torrido d’estate. Negare tutto questo e lo sfruttamento dei braccianti è stato come amplificarne la portata all’ennesima potenza.

Peraltro proprio dopo i decessi della scorsa estate e il relativo clamore mediatico, ai quali sono succeduti altri decessi come quelli di molti lavoratori indiani suicidatisi per l’asfissiante sfruttamento e le conseguenti condizioni di invincibile povertà, anche il Ministero dell’Agricoltura di Martina ha accelerato nelle azioni di contrasto al fenomeno. Va infatti riconosciuto al Ministro Martina di aver affrontato il tema assumendosi le proprie responsabilità e agendo di concerto col mondo del lavoro e datoriale per il suo superamento. D’altro canto fuggire da queste sarebbe stato irresponsabile e imperdonabile.

Secondo il Ministero guidato da Poletti, i dati delle ispezioni del 2015 sarebbero positivi con 8.662 ispezioni effettuate e un incremento del 59,4% rispetto al 2014, pari a 5.434 ispezioni in più, che hanno consentito di individuare 6.153 lavoratori irregolari, di cui 3.629 completamente in nero e 180 stranieri privi di permesso di soggiorno. Sarebbero inoltre stati accertati 713 casi di interposizione di manodopera/caporalato e 186 violazioni della normativa sull’orario di lavoro. Sarebbero anche stati riqualificati 82 rapporti di lavoro e individuati 35 minori impiegati irregolarmente. Infine, sarebbero stati adottati 459 provvedimenti di sospensione dell’attività imprenditoriale. Dati importanti che si sommano a quelli del rapporto Agromafie e caporalato della Flai CGIL del 2016 secondo il quale vi sarebbero 430mila persone sfruttate in Italia.

In provincia di Latina, invece, sempre nel 2015, sarebbero state condotte 84 ispezioni che hanno individuato 128 lavoratori impiegati in maniera irregolare e 102 completamente “in nero”. Le verifiche condotte nel pontino dal Ministero hanno mostrato un tasso di irregolarità del 68.5%. Considerando le 9000 aziende agricole pontine si può ipotizzare un totale di circa 13.700 lavoratori irregolarmente impiegati. Si tratta di donne e di uomini mal pagati, spesso sotto caporale, ai quali vengono corrisposte buste paga irregolari, obbligati a sottostare agli ordini del padrone italiano e del trafficante indiano. Decisamente troppo per poter dichiarare il fenomeno solo marginale, episodico o privo di rilevanza sociale, economica e politica.

Certo, non basteranno i controlli per sconfiggere il caporalato e gli interessi superiori, anche mafiosi, che si servono di questa particolare forma di organizzazione del lavoro. Serve riprogrammare il sistema agroindustriale italiano, la relativa logistica e l’industria di trasformazione. È necessario rendere trasparente la filiera e contrastare ogni interesse criminale e in particolare mafioso, a partire dai grandi mercati ortofrutticoli italiani, magari partendo da quelli di Fondi a Latina, di Milano, calabresi o siciliani, per poi allargarsi a quelli del Nord Europa e del Nord Africa. Intanto vedremo i risultati di questo rinnovato impegno formale, sperando si superi la pratica diffusa dei controlli teleguidati, spesso condotti senza un mediatore culturale, in cui si viene sempre accolti con una stretta di mano e un sorriso d’intesa.

Ancora rispetto al pontino, il Ministero del Lavoro riconosce la pratica illecita del caporalato etnico, ossia un’intermediazione tra datore di lavoro e lavoratore condotta da un caporale di cittadinanza straniera, spesso indiana. Si tratta di un’osservazione corretta e già abbondantemente documentata che non deve però costituire ragione per considerare questa pratica non perseguibile o meno rilevante rispetto ad altre fattispecie penali. Se è vero che esiste il fenomeno del caporalato etnico, peraltro, dati alla mano, non ancora correttamente perseguito, è altrettanto vero che esiste anche il caporalato tradizionale e su questo versante manca un impegno adeguato.

Spostare tutta l’attenzione sul caporalato etnico significa valutare il fenomeno, liberando la filiera, la grande distribuzione e il sistema padronale e mafioso, dalle proprie responsabilità. Anche per questa ragione è stata importante l’approvazione, nella giornata del 01 agosto, al Senato, del Ddl 2217 contro il caporalato, considerando che esso prevede finalmente la diretta responsabilità penale del datore di lavoro che impiega manodopera mediante caporale, la tutela del lavoratore che denuncia e la confisca del patrimonio proprio dell’azienda agricola cresciuta mediante sfruttamento lavorativo.

Tra giugno 2014 e giugno 2016 invece il comando provinciale dei Carabinieri e il Nucleo Ispettorato del Lavoro avrebbero arrestato 9 cittadini indiani e sequestrato 2,4 kg di papavero essiccati in capsule. La conclusione per cui l’impiego delle sostanze dopanti da parte dei lavoratori indiani per sopportare le fatiche nei campi non risulta ancora è impropria. Le testimonianze dei lavoratori anche in questo caso sono continue, mentre i metodi di indagine e comprensione del fenomeno e relativa dinamica non sembrano adeguati o aggiornati. Proprio pochi giorni fa nella piccola stazione ferroviaria di Monte San Biagio, tra i Comuni di Terracina e Fondi, è stato arrestato dal comando provinciale della Guardia di Finanza un indiano che trasportava 72 buste contenenti 8 kg di bulbi di papavero essiccati. Ciò dimostra la diffusione del fenomeno che come sempre più testimonianze dimostrano è ancora diffuso dentro le serre agricole e anche agli angoli delle strade.

Per quanto riguarda i controlli, i Carabinieri avrebbero condotto 76 accertamenti in imprese agricole pontine e individuato 39 lavoratori “a nero” di cui 23 indiani e elevato sanzioni amministrative per circa 224 mila euro. Certo resta impressionante il divario con quanto trovato dalla Sen. Fabbri, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli infortuni sul lavoro, che con un solo blitz organizzato in una sola azienda agricola, la Centro Lazio, nei pressi di Sabaudia ha trovato, il 24 maggio scorso, con l’ausilio del Comando provinciale dei Carabinieri e dei N.A.S., circa cento lavoratori impiegati senza regolare contratto, sottoposti al caporale di turno capace di determinare un clima di paura per le possibili ritorsioni, con un sistema rodato, stando a quanto riportano gli organi di stampa, di reclutamento e impiego irregolare.

Per immaginare la complessità del tema è sufficiente leggere la reazione alla brillante operazione della Sen. Fabbri e dei Carabinieri di Latina del presidente di Italia Ortofrutta che dal sito di Italiafruit News, dichiara che “Non si tratta né di caporalato né di lavoro nero…..l’unico aspetto di irregolarità dell’inchiesta, che rientra nell’ambito di un’indagine estesa a tutta l’agricoltura dell’Agro-Pontino, è riconducibile a una paga oraria leggermente inferiore ai minimi sindacali”. Secondo il presidente,  mentre il Parlamento è impegnato ad inasprire le pene agli sfruttatori, padroni e caporali, si deve o garantire “il giusto prezzo alle aziende agricole, o si cambiano le regole, introducendo per esempio forme contrattualistiche più flessibili, una sorta di cottimo nel senso buono della parola”. Continua poi specificando quanto intende dicendo “quando oggi l’agricoltore chiama un operaio per la raccolta, il contratto fa riferimento alle ore di lavoro, ma alla fine si ragiona per quantità di raccolto: è così immorale, quindi, definire un prezzo per cassette riempite? Sicuramente questa strada porterebbe non solo a una maggiore trasparenza, ma anche a una migliore quadratura dei costi”. Insomma tornare al Medioevo.  

È invece importante, insieme alla riprogettazione della filiera nell’ottica della trasparenza, riorganizzate e modernizzate le tecniche investigative e modalità operative, per esempio dotandosi di mediatori culturali preparati e di una rinnovata volontà di voler realmente superare lo sfruttamento lavorativo nelle campagne. Intanto si festeggia l’approvazione al Senato del Ddl anti sfruttamento e l’impegno rinnovato del Ministero del Lavoro e dell’Agricoltura nel contrasto allo sfruttamento lavorativo. Come Forum Immigrazione insieme a In Migrazione alle altre realtà che hanno seguito l’iter legislativo ci impegneremo a verificare che quella che sicuramente appare una ottima legge non resti lettera morta e venga applicata con rigore a tutela dei lavoratori e delle tante aziende oneste che in tutta Italia producono senza sfruttare.

Marco Omizzolo, presidente In Migrazione e Marco Pacciotti, Forum nazionale Immigrazione PD 

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