L’Italia in ripresa crea lavoro

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Secondo i dati Inps i contratti a tempo indeterminato in più sono aumentati di 470mila unità

Ci sono almeno due caratteristiche della ripresa italiana nel primo semestre del 2015 che la distinguono nettamente dal resto. E’ una ripresa rivolta al futuro, costruita sugli investimenti più che nel resto in Europa (+ 6% in Italia rispetto a +1% dell’Eurozona), ed è una ripresa che crea lavoro ad una velocità. Negli primi nove mesi del 2015, abbiamo recuperato un posto di lavoro su quattro rispetto a quelli persi dal 2008 (+185 mila occupati) e più della metà di questi occupati in più sono a tempo indeterminato (+95 mila). Questo se consideriamo solo i dati Istat. Se poi allarghiamo lo sguardo per osservare quel che è successo anche a chi un lavoro l’aveva, scopriamo che questa ripresa sta cambiando la qualità del lavoro: secondo i dati INPS i contratti a tempo indeterminato in più, al netto della cessazioni, sono aumentati di 470 mila unità. Sono dati che si aggiungono alla diminuzione del part time e che descrivono una ripresa che crea lavoro di qualità superiore rispetto a quello che era stato distrutto dalla crisi.

Se cercavamo un riconoscimento della politica del Partito democratico, è in questa immagine che dobbiamo cercarlo. Si è scelto di stravolgere la filosofia di tutela del lavoratore per allinearla con le esigenze di un’economia in trasformazione e questa scelta sta producendo risultati. Non era per nulla scontato che l’Italia reagisse così. Nell’economia si applica la stessa regola della politica: ciascuno è giudicato per il suo ultimo errore. Un’economia che cambia è la miglior premessa per il proprio futuro, una economia in crisi riempie di dubbi chi la osserva. Gli errori in economia sono le crisi e il giudizio che ne discende dipende da come il sistema sia stato in grado di reagire. Questo è stato fino al 2014 il problema del nostro paese: abbiamo mostrato una debolezza inaspettata di fronte alle pressione della crisi. Prima abbiamo sofferto una doppia recessione – la prima nel 2009 e la seconda dal 2011 al 2014 – distruggendo quasi un milione di posti di lavoro, poi abbiamo visto un allargamento dei divari nazionali: quello generazionale nel mercato del lavoro e quello regionale tra il nord e il fragile sistema produttivo meridionale. La crisi da cui siamo usciti è stata senza precedenti, la più lunga della storia repubblicana, ma senza precedenti è stata la pochezza della reazione del nostro sistema economico.

Questa difficoltà ha pesato moltissimo sulla percezione del nostro paese. Non poteva essere altrimenti dopo la lunga successione di cattive notizie che aveva caratterizzato la recessione italiana. Era un processo di avvitamento dell’economia che abbiamo scelto di invertire con un’assunzione di responsabilità politica.

Quell’assunzione di responsabilità era necessaria per sostenere il desiderio di investire nell’economia italiana. Senza la ripartenza degli investimenti privati non c’è speranza che la ripresa diventi l’occasione per mutare il sistema produttivo. Proprio per questo la natura di questa ripresa è così positiva: il dato più sottovalutato riguardo la ripartenza dell’economia italiana è l’aumento degli interventi. Nel primo trimestre di quest’anno abbiamo osservato il balzo nell’investimento nei mezzi di trasporto delle imprese che cominciavano a ristrutturare le proprie reti commerciali e la propria logistica. Nel secondo trimestre, abbiamo osservato la crescita degli investimenti in macchinari. Il sistema produttivo si sta ricostruendo, qualcosa che era mancato nei 4 anni precedenti.

Questa ripresa degli investimenti non è casuale: chi investe ricerca soprattutto una prospettiva che fughi l’incertezza. Senza una politica che si articoli in maniera coerente per offrire una prospettiva costruita sulla rivendicazione delle scelte fatte per convinzione invece che quelle obbligate dall’emergenza, non c’è ripresa che possa consolidarsi. La nostra ripresa beneficia certamente delle condizioni internazionali e delle scelte della Banca Centrale Europea, ma c’è un merito molto importante del Partito Democratico nell’essere passati da riforme approvate sull’onda della paura a riforme sostenute dalla forza della convinzione.

Le riforme, anche le migliori, non servono a molto se non cambiano la natura della società e dell’economia.

Questo non può avvenire senza una scelta della politica. La differenza è sostanziale: la volontà della politica di rivendicare un percorso riformatore di fonte ai cittadini-elettori è la differenza che conferisce credibilità alle riforme del PD di fronte ai cittadini. Questa è la distinzione cruciale tra la stagione delle riforme del 2011-2012 e quelle iniziate nel 2014. La politica ha deciso di non subire le riforme ma di interpretarle per trasformare il paese. Un paese in cui la politica fa il notaio del cambiamento con la scusa dell’emergenza non ha alcuna credibilità verso i cittadini e gli investitori. Il Partito Democratico ha rivendicato il ruolo della politica, assumendosi la responsabilità del cambiamento attraverso il giudizio del consenso. Questa rivendicazione ha dato una forte legitimità a questa stagione di riforma, la sta rendendo uno strumento di cambiamento del paese e di sostegno all’investimento per creare lavoro. Alle riforme del passato, orfane della politica e deboli per costruzione, il Partito Democratico ha opposto la rivendicazione dei risultati e delle proprie scelte. Con il ritorno della politica non diamo solo il benvenuto alle riforme ma salutiamo una ripresa economica che può essere finalmente solida.

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