L’Italia disincagliata

Dal giornale
Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ospite al programma televisivo ''In 1/2 ora'', negli studi Rai di via Teulada a Roma, 4 ottobre 2015. ANSA/GIORGIO ONORATI

Una legge di stabilità adatta a fornire una nuova spinta alla ripresa dell’economia

I keynesiani duri e puri tipo Giorgio La Malfa sono scontenti perché la manovra del Governo è ancora troppo poco espansiva, mentre i paladini dell’austerità alla Mario Monti sottolineano che aumentare il deficit e quindi fare nuovi debiti rischia di scaricare nuovi oneri sulle spalle dei nostri figli e nipoti. Ma le posizioni teoriche finiscono per non cogliere la complessità di una situazione economica e politica che mira a disincagliare il paese dalle secche in cui è finito, attraverso una serie di provvedimenti che vanno dalla riforme istituzionali a quelle sul mercato del lavoro, dalla semplificazione burocratica e amministrativa alla riduzione del carico fiscale sulle imprese e sui lavoratori. Il tutto rimanendo all’interno dei vincoli europei non tanto per un rispetto formale delle regole, ma soprattutto per non esporci a un giudizio negativo da parte dei mercati dai quali dipendiamo per finanziare il nostro gigantesco debito pubblico.

Uno slalom tra opportunità e vincoli non semplice, e reso ancora più difficile dagli ostacoli disseminati un po’ a casaccio dall’opposizione interna ed esterna al PD. Ma il filo del ragionamento seguito da Renzi e Padoan si fa via via più evidente. Poiché l’economia italiana sta uscendo dalla recessione – e gli ultimi dati elaborati dall’osservatorio mensile sul Pil dell’Università Tor Vergata dimostrano che si sta raggiungendo una crescita dell’1% già quest’anno – è necessario concentrare tutte le disponibilità sulla riduzione del peso fiscale per i cittadini e sullo snellimento dell’iter amministrativo per gli investimenti pubblici. Per le imprese ci sono degli incentivi agli investimenti oltre alla conferma degli sgravi fiscali per le assunzioni a tempo indeterminato. Del resto, poiché il buon andamento delle esportazioni dimostra che le nostre imprese sono già oggi abbastanza competitive, non si è ritenuto prioritario concentrare le scarse risorse a disposizione sulla riduzione del costo del lavoro che non avrebbe avuto un effetto visibile nel breve termine. Anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri, sbaglia a lamentarsi per il rinvio di provvedimenti generali per flessibilizzare le pensioni, dato che il costo di queste misure sarebbe stato troppo elevato in rapporto agli effetti possibili sull’aumento della domanda interna.

A questo punto l’abolizione delle imposte sulla prima casa è apparso come il provvedimento più opportuno per dare ai cittadini una dimostrazione tangibile del fatto che le riforme “pagano” e quindi infondere quella fiducia nel futuro che, com’è noto, è un potente stimolo per la propensione ad aumentare i consumi. Si poteva spingere il deficit ancora di più? No, e non tanto per non irritare i burocrati di Bruxelles, ma soprattutto per non vanificare la credibilità della riduzione delle tasse. Gli italiani sanno ormai, per esperienza, che regali sfrenati si tramutano nel giro di pochi mesi in nuovi aumenti delle tasse e quindi tendono a risparmiare in attesa di tempi peggiori. Con gli 80 euro del resto è successo proprio questo: i consumi sono aumentati solo quando la gente è stata sicura della loro permanenza nel tempo. Questa legge di stabilità appare quindi adatta a fornire una nuova spinta alla ripresa dell’economia. E non è vero che trascura il Sud, che è il vero problema dell’Italia: alle regioni meridionali e a tutte le autorità locali viene chiesta una forte assunzione di responsabilità nel fare i progetti necessari per spendere i soldi che sono già stati stanziati. Del resto, se non si parte proprio da qui e dall’ordine pubblico, qualsiasi altro incentivo al Sud verrebbe disperso in mille rivoli senza apportare alcun beneficio al tessuto produttivo e si ricadrebbe in vecchi sistemi “elargitivi”. L’occupazione poi, che sta già mostrando segni interessanti di ripresa, dovrà giovarsi soprattutto di un deciso miglioramento del tono dell’economia che è alla nostra portata. Ma non dobbiamo, in questo orizzonte rischiarato, pensare di poter rallentare il ritmo delle riforme: anzi, proprio a questo punto, è indispensabile smantellare la burocrazia e rifondare la giustizia.

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