L’Italia cresce poco da 30 anni, non è (solo) colpa di Bruxelles

Economia
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Il problema è interno, non basterà qualche decimale di spesa in più per uscire dalla stagnazione

L’ultima rilevazione sulla crescita del Pil dell’Istat dimostra che l’Italia sta uscendo dalla recessione a un ritmo ancora molto lento. Ciò conferma le previsioni non ottimiste del Fondo Monetario Internazionale, che prevedevano, per il 2016, una crescita tra lo 0,9 e l’uno per cento, in rialzo netto rispetto al 2014 (-0,3), ma appena superiore allo 0,8 per cento del 2015. In sostanza, l’Italia ha ripreso a crescere ma non ancora a ritmi sufficientemente elevati, e ciò comporta rischi per la stabilità dei conti pubblici e l’assorbimento della disoccupazione.

Questa debolezza riflette fattori nazionali e internazionali. Sul piano internazionale pesano le incertezze economiche e politiche legate alla Brexit e al rallentamento dei Paesi emergenti. Incertezze che frenano gli investimenti e la domanda globale, anche se le esportazioni rimangono la componente trainante della dinamica del Pil. Ma ciò non basta a spiegare il nostro risultato economico. Secondo le previsioni del Fmi, la crescita italiana è sette decimi di punto percentuale inferiore a quella media dell’Area euro e appena un terzo di quella spagnola. Ciò vuol dire che i nostri problemi nazionali hanno un peso ben maggiore di quelli che accomunano le economie europee, compresi i Paesi periferici. E non si tratta di problemi legati alla recessione globale del 2007 e del 2011, ma, piuttosto, di problemi che ci portiamo dietro dagli anni ’90, prima della nascita dell’Euro. È da allora che la produttività dell’economia italiana ristagna e il Pil cresce a un ritmo inferiore a quello della media europea.

Non è quindi sufficiente, anche se giusto, accusare le istituzioni europee per la scarsa attenzione verso le politiche di stimolo fiscale. Non sarà qualche decimale in più di disavanzo o la generosità della Merkel a risolvere i nostri problemi. La domanda da porsi è la seguente. Quali sono i principali ostacoli, nelle istituzioni, nel fisco, nei rapporti di lavoro, nella pubblica amministrazione, nel sistema formativo, che impediscono al nostro paese di crescere come gli altri? E cosa può fare ancora il governo per rimuoverli? Qualunque persona di buon senso sa che questi ostacoli sono molti e richiedono una politica ad ampio raggio. Il governo lo ha capito, e per questo si è mosso su diversi fronti, dal Jobs Act, alla riduzione delle aliquote effettive sui redditi dei lavoratori dipendenti più poveri (gli 80 euro), alla riforma della contrattazione e del pubblico impiego, alla riduzione delle aliquote sui redditi di impresa, alla detassazione dei premi di produttività. Dopo due anni scarsi di azione legislativa, possiamo dire che le misure che hanno avuto maggiore successo sono quelle legate alla riforma della contrattazione e sugli incentivi per le nuove assunzioni. Ciò risulta dai dati sulla dinamica delle assunzioni a tempo indeterminato ben più positiva di quella del Pil.

Ma ora il governo dovrebbe concentrare i propri sforzi sulla riduzione del cuneo fiscale e sul decentramento della contrattazione, per portare più benefici al sistema produttivo e aumentare l’offerta di lavoro. Queste misure devono essere varate insieme ad un rafforzamento del sistema degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro, come già previsto dal Jobs Act, in modo da non ostacolare i processi di ristrutturazione industriale. Per uscire dalla stagnazione del Pil e della produttività occorre anche avere il coraggio di ri-orientare le risorse (incentivi, credito, cassa integrazione) dalle imprese e i settori senza futuro a quelli più efficienti e capaci di espandersi, anche sui mercati internazionali. Questo coraggio è mancato alle classi dirigenti del passato e ha contribuito alla crescita abnorme delle sofferenze bancarie. Speriamo che l’instabilità che caratterizza il nostro sistema politico non sia un ulteriore ostacolo a un processo riformatore che richiede tempi non brevi.

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