L’isola della tentazione democratica

Politica
temptation island

Il reality che mette alla prova i rapporti di coppia ha chiuso ieri e si è rivelato una lezione di teoria politica indispensabile per orientarsi tra le correnti Pd

È probabile che i milioni di italiani che ieri sera si saranno certamente sintonizzati su Canale 5 per l’ultima puntata di Temptation Island non ne fossero pienamente consapevoli, ma il vero oggetto del reality show che da settimane li tiene davanti alla tv è una purissima lezione di teoria della politica. Lezione indispensabile, in particolare, per chi voglia orientarsi nel labirintico panorama delle correnti del Pd (non per niente, si tratta in entrambi i casi di format americani, successivamente adattati al pubblico italiano).

Per i pochi intellettuali che ancora non conoscessero il programma, si tratta di questo. Sei coppie di fidanzati vengono separate per tre settimane: gli uomini da una parte, le donne dall’altra. Se ne staranno in una specie di villaggio vacanze senza dover fare nient’altro che divertirsi, esposti però al corteggiamento di numerosi “tentatori” e “tentatrici”, ovviamente sempre sotto l’occhio delle telecamere. A cadenza più o meno regolare, agli uni e alle altre verranno mostrati filmati contenenti gli highlights, diciamo così, riguardanti il comportamento dei rispettivi partner. Con le reazioni che si possono immaginare.

Il collegamento con il Partito democratico può stupire soltanto chi si intenda poco di televisione, o di politica italiana (ammesso che le due materie siano separabili). Non a caso, per partecipare a entrambi i reality, Temptation Island e Temptation Pd, sono necessarie le stesse caratteristiche. Nessun talent, gusto per le lunghe vacanze sotto i riflettori, smodata passione per l’intrigo, il pettegolezzo e il tradimento, unita però a una bizantina, inesauribile, insuperabile capacità di spacciare tutto questo per il suo esatto contrario: coerenza cristallina, intenzioni nobilissime, fedeltà adamantina ai propri principi, ai propri compagni (o compagne) e soprattutto a se stessi (qualunque cosa ciò voglia dire).

Come ogni reality che si rispetti, infatti, anche Temptation Island è un gioco di strategia. E proprio come accade nel Pd, ma anche in tutti i format analoghi, dal Grande Fratello all’Isola dei famosi, vale qui per la strategia quello che lì vale per le correnti: ognuno ha la sua, ma tutti s’indignano per quelle degli altri. Nei reality tradizionali, soggetti al televoto da casa o al voto nell’urna, il cuore del gioco è la lotta per il consenso, con tutto quel che comporta anche in termini di alleanze, comunicazione, tecnica elettorale. Sul modo migliore di affrontare il ballottaggio tra i due concorrenti più votati nella casa del Grande Fratello o all’Isola dei famosi si potrebbero scrivere interi trattati di scienza politica, che qui possiamo riassumere nel concetto fondamentale: la vera partita si vince sempre al primo turno. E cioè con la manipolazione del corpo elettorale allo scopo di determinare surrettiziamente chi va al ballottaggio con chi. Per fare un esempio classico: se la giovane inesperta acqua e sapone va al ballottaggio contro il secchione saccente, è ovvio che sarà sempre lei a vincere.

Leggermente diverso è però il caso di Temptation Island, che non avendo il televoto non rappresenta una campagna elettorale, ma la pura e semplice lotta di corrente. Qui la strategia ha quindi un obiettivo che va molto oltre la vittoria alle successive elezioni. Qui si tratta del proprio futuro. Si tratta di decidere se restare nonostante tutto nel proprio partito, o promuovere invece una dolorosa scissione. Se continuare a fare la minoranza più o meno insoddisfatta e mugugnante, o buttare il cuore oltre l’ostacolo, rischiando il certo per l’incerto. Al termine, infatti, ciascun concorrente dovrà decidere se intende tornare a casa insieme al partner con cui è entrato, oppure da solo. Che ovviamente, anche se generalmente non si dice, non significa mai da solo (a meno che uno non si chiami Pippo Civati). Insomma, ci vuole uno sbocco politico. Non diciamo una garanzia, ma una mezza promessa, un abbozzo, una prospettiva che somigli almeno a un nuovo partito. Ed è chiaro a tutti, almeno dai tempi in cui Paola Binetti stava tutti i giorni su quotidiani e tv, che finché sei l’anima critica di un rapporto che ha una sua storia e una sua durata, sei un personaggio, attiri i riflettori e quindi hai un certo richiamo, diciamo pure un certo fascino, su ogni genere di tentatore. Un fascino che dopo, una volta che tu abbia definitivamente optato per la scissione, spenti i riflettori, potresti non avere più. E insomma potresti ritrovarti da un giorno all’altro come Fassina e D’Attorre, che adesso qualcuno vorrebbe cacciare pure da Sinistra Italiana.

Per questo i concorrenti, anche quelli apparentemente più determinati a consumare la scissione fino in fondo e senza mezze misure, devono comunque muoversi con una certa circospezione, tastare il terreno, fare i loro bravi sondaggi. Criticare la maggioranza, lanciare segnali alle opposizioni, ma senza compiere prima del tempo strappi irreparabili. Perché alla fine della partita, legittimamente, tentatori e tentatrici potrebbero pure decidere che è stato bello finché è durato, ma dopo quei primi appassionanti momenti intimi in prime time, nel pieno della crisi politica della coppia che assicurava anche a loro una giusta quota di notorietà, retweet, poke su Facebook, poi non è che abbiano davvero tutta questa voglia di passare il resto della loro vita in eterne riunioni psico-politiche con il novello fedifrago, che tutta Italia ha visto come si è comportato nell’altro partito, né di stare giornate intere a disquisire con lui di quanto siano uniti e di come insieme cambieranno il mondo, una volta alzatisi da quel lettino, o usciti dalla piscina, o dalla vasca a idromassaggio. Perché poi, là fuori, si sa, c’è la vita reale. E non può essere tutti i giorni romantica, leggera e svagata, ripetitiva e rassicurante come un’eterna lotta di corrente.

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