L’isola dei Commissari

Sicilia
Il governatore della Sicilia, Rosario Crocetta, riferisce all'Assemblea regionale sul caso Tutino e la situazione politica, Palemo, 23 luglio 2015. ANSA/ FRANCO LANNINO

Il Pd dovrà raddrizzare la rotta dopo 30 mesi di stentata navigazione con 37 assessori cambiati in corsa. Dovrà riprendere il filo della politica siciliana

Benvenuti nella Sicilia da “manicomiu”, sull’isola più bella e scassata del mondo che si appresta, in parte lo è già nei fatti, ad essere il territorio più commissariato d’Europa. Gestito da Palazzo Chigi in settori chiave per la qualità delle città e della vita dei cittadini. Troppe leggi nazionali inapplicate, troppe emergenze croniche mai affrontate seriamente (sanità, energia, acqua, depurazione, trasporto pubblico locale, viabilità, logistica), troppi servizi fondamentali in perenne biblica emergenza come lo smaltimento dei rifiuti con discariche strapiene che bruciano al sole e la raccolta differenziata al minimo italiano, troppe città a depurazione zero e centinaia di milioni di sanzioni europee dal 2016 pronte a svuotare le casse regionali.

È questo il fallimento vero di Crocetta, ma è solo l’ultimo della fila. I commissariamenti in Sicilia sono l’epilogo ad orologeria, abbastanza scontati, del lungo elenco di nefandezze mai affrontate.

Ne raccontiamo una delle tante, un noir del nongoverno del ciclo dell’acqua che segna la debacle politica isolana in un contesto di rinvii. pasticci, arzigogoli, vecchi vizi, inefficienza e immobilismo. C’è un prezioso testo di Leonardo Sciascia, scritto nel 1968 per un documentario dal titolo provocatorio: «La grande sete della Sicilia finirà nel 2015», sceneggiatura di Marcello Cimino e regia di Massimo Mida. Sono 34 minuti di storia siciliana in bianco e nero dell’Archivio audiovisivo del Movimento operaio. Documenta le mani sull’acqua, i boss delle fonti e dei pozzi, la distribuzione colabrodo, le dighe lasciate a metà, gli acquedotti inesistenti, la costruzione di un sistema affaristico e in equilibrio tra politica, affari, corruzione e criminalità mafiosa. E racconta i coraggiosi che ci hanno lasciato la pelle come il giornalista Mario Francese, ammazzato nel 1979 dopo gli articoli di denuncia dell’affare dighe, e come lo sfruttamento della risorsa idrica accresceva la potenza dei corleonesi di Liggio, Riina e Provenzano. Così Sciascia concludeva la video-denuncia: «Un bene pubblico tra i più indispensabili, è dominio del sopruso, dell’affarismo, del capriccio, della mafia. Ma la Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana ha offerto in questi ultimi tempi un documento della lungimiranza governativa su cui gli italiani e i siciliani possono fondare le più ampie speranze. Si prevedono opere per un importo di 1.844 miliardi di lire: sicché nell’anno 2015 il problema dell’acqua sarà completamente e definitivamente risolto».

Tasto avanti veloce. Siamo nel 2015, e l’acqua pubblica siciliana è sempre ferma a quel fotogramma. Ancora non ce l’ha fatta a dissetare tutti i siciliani. L’isola ha visto una rocambolesca sequenza surreale di altri affari e sprechi, di opere inutili, di furti d’acqua e abusivismi colossali, di illeciti, di fallimenti di aziende comunali o finzioni di aziende pubbliche, leggi nazionali inapplicate da 21 anni come la riforma Galli, municipalizzate in default che l’acqua l’acquistano da intoccabili “fontanieri”, impianti obsoleti, invasi da riempire, infrastrutture da rimettere in sesto, reti da estendere, autorità inesistenti, piani tariffari e di investimento mai definiti e, laddove esistono, quasi mai rispettati, un elenco di agglomerati di città che riescono a malapena a garantire che la preziosa risorsa arrivi ai rubinetti con la celebre “turnazione” che vuol dire anche ogni tre giorni e per poche ore al giorno. E’ questo lo stato dell’acqua pubblica nella Regione che non è ancora riuscita a definire un’idea di gestione industriale pubblica. E nemmeno a spendere un miliardo e cento milioni di euro. Il report 2015 sulle acque reflue urbane dell’Arpa Sicilia, è un clamoroso ritorno a Sciascia: «Case e uffici di oltre la metà dei siciliani non sono allacciate ad una rete di fognatura o ad un depuratore, il 30% dei depuratori rilevati non è controllato, un terzo del restante 70% sui quali si effettuano i controlli non funzionano. Nel dettaglio, dei 5.002.904 siciliani residenti, distribuiti in 390 Comuni, 2 milioni di persone scaricano nei corsi d’acqua, nel mare, nelle campagne o dove capita. In tutta la Regione risultano 431 impianti di trattamento delle acque reflue urbane, 73 non sono connessi alla rete fognaria e versano in stato di abbandono e degrado totale. In alcuni casi sono diventati discariche abusive. Dal depuratore di Acate, in provincia di Ragusa l’acqua esce più inquinata di prima e non viene usata neanche dagli agricoltori. Ne rimangono 358. Ma il 30% non è controllato, in molti altri mancano i sistemi di campionamento previsti per legge». La ciliegina sulla torta la mette il direttore dell’Arpa Sicilia, Francesco Licata di Baucina, nella Regione con ben 23.000 dipendenti pubblici regionali, 8 volte in più rispetto alla media di tutte le altre Regioni: «Purtroppo, le forti carenze in pianta organica nelle singole strutture territoriali provinciali, non ci permettono di effettuare i dovuti sopralluoghi in tutti gli impianti esistenti e di realizzare tutti i controlli previsti per legge. Queste limitazioni rendono complessa la corretta valutazione di conformità degli impatti sull’intero territorio».

Oggi, finite le proroghe europee, per assenza di reti fognarie e depurazione, la Sicilia è a un millimetro dai 180 milioni di euro l’anno di sanzioni Ue da pagare ogni anno, fino a quando le acque non saranno depurate. Ma ecco un altro paradosso: sull’isola ci sono depuratori come in nessun’altra Regione del Pianeta. In nome del campanilismo delle opere pubbliche, per 390 Comuni, hanno costruito la bellezza di 431 impianti di depurazione. Concluso l’affare, però, la quasi totalità sono rimasti vuoti e senza manutenzione. In realtà, spiega Aurelio Angelini da esperto di politica ambientale: «Quelli efficienti sono 12, gli altri spesso sono soltanto contenitori di liquami. In Sicilia basterebbero 20 depuratori di grandi dimensioni per essere in regola». Già, basterebbero una ventina di depuratori. Sarebbero già funzionanti se solo avessero speso le risorse inviate da Roma. Nel febbraio del 2012, infatti, per far fronte all’emergenza depurazione, si mosse il Governo. Stanziò, con Delibera Cipe numero 60, la bellezza di altri 1.095 milioni di euro per far realizzare in tre anni 94 opere come reti idriche, collettori e depuratori per superare le infrazioni europee, disinquinare e portare acqua ai rubinetti. In una Regione normale, una normale amministrazione avrebbe dato inizio alla grande corsa per progettare e costruire impianti e garantire tanta occupazione e tutela della qualità di territori turistici dalla bellezza struggente. In Sicilia no. Risultato finale a luglio 2015: opere concluse zero, opere avviate solo 4 per nemmeno 35 milioni. L’impianto più costoso (200 milioni) per l’intera provincia di Catania addirittura delocalizzato dal sito di Acireale. L’assemblea regionale non ha approvato la legge che avrebbe dovuto definire governance, ambiti ottimali e affidamenti. Il nulla ha fatto scattare i commissariamenti da Palazzo Chigi, previsti dalla legge, per 94 opere pubbliche fondamentali. Questa dormita generale costerà carissimo alla Regione. Sapevano da venticinque anni che sarebbe finita così, ma hanno preferito tenere territori in condizioni di aree in via di sviluppo. Una legge dello Stato, il Decreto Ilva di tre mesi fa, ha sancito che i 180 milioni saranno prelevati dal bilancio di questa Sicilia pirandelliana. Ma anche il bilancio regionale è stato appena bocciato dal Consiglio dei Ministri per manifesta inconciliabilità con le regole della buona amministrazione. I dati macro e microeconomici sono da Sos in alto mare e Bankitalia segnala meno 15 punti di Pil dal 2008 al 2014, e dietro il Pil c’è la vita dei siciliani, ci sono le strade scassate e franate dove ci si perde e ci si dispera, i crolli di viadotti o i 2000 temibili “nodi idrogeologici” che non fanno chiudere occhio alla Protezione Civile.

Eppure il 28 ottobre del 2012 ci eravamo tanto illusi, fu il giorno della “Rivoluzione” di Crocetta, la prima volta della sinistra al Governo regionale. Dopo Cuffaro e Lombardo, lo tsunami moralizzatore faceva immaginare pulizia, tensione morale, efficienza amministrativa. Insomma, gli ingredienti c’erano tutti per investire come non mai con fondi strutturali nazionali ed europei. E’ finita, invece, come era iniziata.

Il Pd dovrà raddrizzare la rotta dopo 30 mesi di stentata navigazione con 37 assessori cambiati in corsa. Dovrà riprendere il filo della politica siciliana. Fare anche i conti con i danni prodotti dal regionalismo a Statuto Speciale, dove l’eccesso di autonomia si è trasformato nel battere continuamente cassa a Roma e nel ricevere sempre un mare di risorse ma restituite per incapacità assoluta di spesa pubblica. Sono stati accumulati quasi 8 miliardi di deficit nella Sicilia che poteva essere, e forse può essere ancora, la nostra California, anziché la nostra Grecia.

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