L’Iraq tra tensioni e lotta a Daesh

Terrorismo
epa04690881 A picture made available on 03 April 2015 shows Iraqi security forces securing a street in Tikrit City, northern Iraq, 02 April 2015. Iraqi Prime Minister Haider al-Abadi had announced the 'liberation' of the strategic town from the Islamic State militia at the end of March and was expected to raise the Iraqi flag on the provincial headquarters of the town in a symbol of its recapture from hardline jihadists, Iraqi media reported. Tikrit is symbolic, as the town was once part of the heartland of Sunni resistance to the Shiite-led government. It is also strategic, as it leads to Mosul, Iraq's second-largest city and the most prominent region under the full control of the Islamic State.  EPA/BARAA KANAAN

La lotta contro i terroristi è adesso il collante tra le diverse anime politiche ed etniche che governano le istituzioni locali

Mentre l’Europa era sconvolta dai terribili attentati di Bruxelles, il 24 marzo a 50 chilometri da Baghdad, un kamikaze di Daesh si faceva esplodere in uno stadio affollato uccidendo 41 persone. Una strage sanguinosa in cui hanno perso la vita 17 bambini.Un episodio non isolato, in un Paese messo in ginocchio dalle violenze, come testimoniano i numeri resi noti dall’Onu: negli ultimi due anni oltre 18 mila le vittime, solo nel mese di marzo 1.119, di cui 575 civili.

Soprattutto in queste settimane in cui prosegue l’assedio di Falluja e Mosul, roccaforti del Califfato, la rete terroristica colpisce nella Capitale e al sud, nelle zone sciite, per alleggerire la pressione nell’Anbar. Per questo a Baghdad sono ore frenetiche tra il lavoro della Coalizione anti-Isis, le difficili condizioni economiche del Paese e la persistente contrapposizione settaria tra le maggiori forze politiche. Non a caso il Premier al Abadi è al centro di un negoziato laborioso per cambiare il suo governo e trovare equilibrio tra forze sciite, curde e sunnite. «Ci sono varie opzioni nel campo politico – mi dice il Presidente della Repubblica Masoum – tutte orientate a ricercare stabilità istituzionale». Il compito del leader curdo è faticoso per tenere assieme le varie espressioni etniche in una concertazione che guardi al futuro della giovane democrazia. Un fragile equilibrio influenzato anche dallo scontro geopolitico tra i maggiori Paesi della regione, che non nascondono le attenzioni sugli eventi di Baghdad.

La lotta contro i terroristi è adesso il collante tra le diverse anime politiche ed etniche che governano le istituzioni locali, ma rischia di essere solo passeggero e legato all’emergenza Daesh, con  il rischio, chiaro a molti, di una futura implosione della fragile statualità irachena. «Normale dialettica di una nuova democrazia» getta acqua sul fuoco l’esperto Ministro degli Esteri Al Jaafari, «anzi nel nuovo Governo innesteremo figure tecniche, anche per riportare competenze dall’estero nella vita del nostro Paese». E se da un lato dovranno essere gli stessi iracheni ha dare forza allo spirito di concordia nazionale, dall’altro sarà decisivo il ruolo della comunità internazionale. Negli ultimi due anni la coalizione anti-Daesh ha ottenuto importanti risultati, attestati dall’arretramento delle bandiere nere di al Baghdadi.

Un’azione sotto egida dell’Onu che vede coinvolti oltre 60 Paesi, tra cui l’Italia con la missione Prima Parthica e il dispiegamento tra militari, forze speciali e Carabinieri del secondo contingente dopo gli Usa. Una presenza decisiva e benvoluta, visto l’impegno dei nostri uomini che, lungo l’asse Baghdad – Erbil, lavorano alla formazione delle forze di polizia e dell’esercito, sia per contrastare i terroristi, sia per mantenere l’ordine nelle comunità liberate da Daesh.Una cooperazione militare che per l’Iraq è un investimento sulla tenuta del comparto difesa, nel tempo destrutturato e affiancato da milizie curde e sciite che nel ruolo di supplenza hanno aumentato i rischi di un’esplosiva convivenza. Il contributo italiano, però, va oltre l’assetto militare. Siamo, infatti, parte attiva nell’azione di Cooperazione internazionale.

Negli ultimi dieci anni, tra doni e crediti d’aiuto, abbiamo stanziato più di 200 milioni di euro per lo sviluppo civile e infrastrutturale. Il terzo filone di intervento è nella ricostruzione del millenario patrimonio storico iracheno in cui vantiamo una leadership riconosciuta di «potenza culturale». Tanti italiani, dagli archeologi ai Carabinieri, stanno aiutando a riorganizzare il sistema di protezione dei beni storici.Perché la lotta al terrorismo non è solo nel contrasto militare a Daesh, ma passa anche dalla concreta dottrina Unesco e del suo progetto dei «Caschi blu della Cultura», da dispiegare a Palmira come tra le rovine dell’antica Mesopotamia, e per contrastare il saccheggio e il traffico illecito di reperti, pratica con la quale Daesh in questi anni ha ottenuto importanti fonti di finanziamento (100 milioni di euro solo nel 2015). Una priorità che ci vede in prima linea. Con interventi complessi come il rifacimento delle sale principale del Museo Nazionale dal patrimonio inestimabile. O con nuove avventure nel cuore di Baghdad, dove ho avuto l’onore di inaugurare il Centro Culturale ItaloIracheno, nato dalla collaborazione tra i due governi. Finanziato dal ministero degli Affari Esteri, sarà gestito dal Crast di Torino e da archeologi italiani di primo livello. Un luogo che programma interventi sul patrimonio storico con la speranza di avviare un nuovo corso per l’Iraq. Una speranza tanto forte quanto il dolore nel vedere le rilevazioni satellitari, esposte nell’Istituto, delle distruzioni a Mosul e dei monumenti rasi al suolo o saccheggiati dalle forze di al Bagdhadi. La ricostruzione del Paese passa anche da qui.

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