L’intelligente legalizzazione

Diritti
cannabis

La verità scomoda è che il proibizionismo ha fallito in tutto il mondo. I primi a riconoscerlo sono stati gli USA

È così difficile aprire un dibattito sulla liberalizzazione della cannabis libero da pregiudizi morali, politici e culturali? Eppure basterebbe guardare alla realtà. Una sostanza il cui costo di produzione è simile a quello dell’insalata, viene scambiata per cifre 100 volte superiori producendo profitti ingenti per chi la commercia. La causa è una e una sola. La proibizione del commercio legale e l’autoproduzione, che automaticamente creano un mercato nero e illegale. Senza contare i danni collaterali prodotti dal commercio di sostanze adulterate e dalla continuità con droghe ben più pericolose, che seguono gli stessi circuiti di mercato e le stesse regole.

Raffaele Cantone, capo dell’Anticorruzione, nella sua intervista a Radio Radicale, lo ha ben spiegato ma le reazioni, oltre ad esprimere la solita indignazione, non offrono alcuna altra soluzione. La verità scomoda è che il proibizionismo ha fallito in tutto il mondo. I primi a riconoscerlo sono stati gli USA che negli anni di Reagan e Bush hanno speso centinaia di miliardi di dollari nella speranza di sconfiggere il narcotraffico. Risultati: zero. Anzi, i profitti del mercato nero crescono, regalando alle mafie somme gigantesche da reinvestire in altre attività. Senza considerare la mano d’opera reclutata nella catena distributiva, costituita da migliaia di piccoli e grandi spacciatori.

O ci si mette in testa che pensare di interrompere questa catena è assolutamente impossibile e trovare uno spinello illegale è la cosa più facile del mondo, o si continua ad essere complici del narcotraffico, sprecando tempo e denari pubblici. Non a caso alcuni Stati sudamericani provano a liberalizzare il consumo delle cosiddette droghe leggere. Si legalizza qualche cosa di dannoso? Può darsi, come per tante altre cose come alcool e tabacco, molti alimenti e tante abitudini nocive che nessuno per fortuna pensa di proibire. Si faccia allora una opportuna opera di dissuasione e di educazione, ma evitando di continuare ad arricchire chi poi si pretende di combattere.

C’è un’ ultima considerazione, che ritengo quasi superflua, visto che ormai in Italia il moralismo, cioè il giudizio morale secondo criteri fantasiosi, ha preso il posto della civiltà giuridica costruita secondo criteri oggettivi. Perché vietare una sostanza che, se comporta danni, cosa assai discutibile, li limita alla persona che fa questa scelta? Vorrei che anche gli amici liberali del Foglio che inspiegabilmente sostengono le ragioni del proibizionismo ci spiegassero anche perché i tax payer devono finanziare la lotta ai vizi degli altri. E di conseguenza eliminassero quei divertenti articoli – ma sarebbe un peccato – che una loro prestigiosa firma dedica regolarmente alla civiltà del bere.

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