L’Inghilterra volta pagina con Theresa

Gran Bretagna
epa05420880 Prime Minister in waiting Theresa May (C) is applauded as she delivers a statement outside parliament in London, Britain, 11 July 2016. May is expected to become Britain's second female Prime Minister on Wednesday, 13 July 2016. Others are not identified.  EPA/ANDY RAIN

Col suo “Brexit vuol dire Brexit” ha chiarito una volta per tutte dove vuole andare e potrebbe consolidare una maggioranza ancora più robusta a favore del partito conservatore

In pochi giorni e senza clamore Theresa May si è presa la leadership del partito conservatore britannico, con premiership inclusa, e oggi si insedia al numero 10 di Downing Street. Fino al 2020, sia chiaro. Che a nessuno balenasse l’idea di elezioni anticipate. Saranno anche “antipatici” quelli del suo partito, secondo Theresa, (“a nasty party”), ma l’incoronazione è stata veloce e con pochi spargimenti di sangue, dopo la caduta, uno dopo l’altro, delle candidature alternative (dall’iperconservatore Gove all’eccentrico Boris Johnson, alla mamma stra-fiera di esserlo Andrea Leadsom).

Theresa May risponde perfettamente alle aspettative del popolo britannico, in una delle fasi più traballanti che la storia ha loro consegnato. Con quel mix di sicurezza e autorevolezza che solo una donna esperta e preparata, quasi sessantenne, è in grado di offrire. La May guarderà prima di tutto agli interessi della Gran Bretagna con maggiore pragmatismo ma con uguale durezza rispetto alla Thatcher. Dalla gestione del divorzio con la Ue non dipendono solo la sua carriera e le fortune del partito conservatore ma, a questo punto, la stessa unità del Regno.

Tutte cose, del resto, strettamente intrecciate, anche sul piano elettorale. Il 62% degli scozzesi infatti hanno votato per rimanere. E ora quindi l’altra donna forte della politica britannica, Nicola Sturgeon, l’erede ideale di Sir William Wallace, ha cominciato a chiedere un nuovo referendum per la secessione. La porta pare chiusa sia da Londra che da Bruxelles, ma questo non vuol dire che il conflitto si affievolirà, tutto al contrario. Ha votato per rimanere anche il 56% dei residenti in Irlanda del Nord, con una complicazione in più. Che, all’interno dell’Irlanda del Nord, il Leave ha vinto nettamente dove alle elezioni politiche prevalgono gli unionisti, leali verso Londra.

Nell’altra metà, a dominanza elettorale del partito nazionalista irlandese Sinn Féin, ha vinto nettamente il Remain. Anche qui la frattura è destinata a riaprirsi. Per restare hanno poi votato in larga prevalenza (60%) i londinesi e in generale i più giovani. Ma questo vuole anche dire che il Leave ha vinto, nettamente, nell’Inghilterra periferica e in Galles, cioè proprio nelle aree grazie alle quali il partito conservatore ha ottenuto quasi tutti i seggi che gli hanno consegnato la maggioranza parlamentare nel 2015. Gli stessi seggi che ora sorreggono il governo May.

Cioè, ha votato per il Leave la stragrande maggioranza degli elettori grazie a cui gli attuali parlamentari Tory siedono a Westminster e possono sperare di tornarci. Così ha fatto, ovviamente, la quasi totalità dei sostenitori (non rappresentati a Westminster) dell’Ukip i quali, se lo Ukip svanisce insieme a Farage, non potranno che tornare all’ovile conservatore da cui sono venuti. Quegli elettori, di sicuro non copriranno il baratro in cui è affondato il Labour anche a causa dalla leadership barcollante di Corbyn. Theresa May è quindi nella posizione migliore per diventare una figura rassicurante per tutti costoro.

Col suo «Brexit vuol dire Brexit» ha chiarito una volta per tutte dove vuole andare. Ha poi aggiunto che intende lavorare su unità e coesione e proporre una nuova «visione positiva» basata su occupazione e prosperità economica. Se ci riuscirà lo sapremo nei prossimi mesi. La sindrome del «precipizio di cristallo» infatti è sempre lì in agguato: di fronte a una impresa disperata, quando ormai non c’è più niente da fare, chiama una donna…

Di Theresa si sa poco, solo quello che lei stessa ci ha concesso: bassa inclinazione al gossip, vita sociale inesistente, show televisivi col contagocce, alta propensione al lavoro e una passione per le scarpe, a differenza di Maggie che puntava molto sulle borsette. Una sgobbona affidabilissima, che sorride solo quando è il caso, e che può risultare gradita a cittadini abituati al populismo da pub di Farage e alle sparate colossali di Boris Johnson che quando è cauto dice che l’Unione europea «è pari pari a Hitler».

Nel mezzo di una tempesta perfetta, Theresa May potrebbe consolidare così una maggioranza ancora più robusta a favore del partito conservatore, se riuscirà a essere o a dimostrarsi un ammiraglio valoroso nella navigazione che porterà la flotta reale fuori dall’Ue.

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