L’inganno dei Cinquestelle nei confronti dei giovani

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Virginia Raggi, la candidata M5s a sindaco di Roma, nel corso di una iniziativa al Tufello, Roma, 5 marzo 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il bene comune evocato nei programmi cinquestelle manca in realtà di un progetto ampio

Dialogare con i romani oggi, significa avere a che fare con pochi entusiasti e tantissimi disillusi, che a loro volta si dividono in rassegnati, indifferenti, o semplicemente animati da una strana passione negativa. I dati del primo turno sono qui a confermarcelo, tra i tristemente appassionati, vi sono i giovani e la loro profonda estraneità alla politica (chi scrive ha vent’anni), presa com’è da una crisi di conformismo inedita.

Proviamo però a ragionare sulla realtà. Stando all’analisi del voto resa da Swg, le tendenze anagrafiche sono chiare: i giovani evitano il Pd e votano M5S. Secondo IPR Marketing, la tendenza sarebbe addirittura progressiva fino ai 55 anni, per poi invertirsi di colpo: Virginia Raggi pescherebbe l’11% del suo consenso tra i 18-24, il 16% tra i 24-35, il 23 tra i 35-44 e il 26 tra i 44-54. Segue il crollo al 15% nella fascia dai 55 anni in su.

Cosa dedurne? Anzitutto un diverso ethos generazionale, qualcosa di più di una semplice tendenza giovanile alla radicalità. Ripulito del messaggio distruttivo, il programma della Raggi, e in generale dei Cinquestelle, attribuisce una fortissima centralità alle idee di servizio pubblico e tutela dell’ambiente. Nientemeno che le risposte a disuguaglianza, consumo feroce del mondo (in questo caso delle città), polverizzazione dei tempi di vita, in ultima analisi alla precarizzazione delle cose.

Esiste nel messaggio Raggi un radicale richiamo a quel che a sinistra abbiamo sempre chiamato bene comune, un’idea che abbiamo affinato nel tempo dotandola di un’organizzazione (il partito) e di un metodo improntati alla libertà. Cose che mancano all’interno dei Cinquestelle, come del resto emerge dalla cronaca.

Secondo aspetto su cui aprire una riflessione, magari più in là, è la piega tutta particolare che prende la personalizzazione politica nel M5S, altra faccia della difficoltà che viviamo noi democratici a farci percepire come autentici (quindi affidabili) tra le fasce più “esposte” al futuro.

Fin qui tutto bene, ma dov’è il trucco cinquestelle? Perché un trucco c’è ed è nel come. Un segreto che impariamo ogni giorno nella difficoltà della militanza politica territoriale. La politica infatti non vive di soli istanti, come ci si vorrebbe far credere, ma di impegno a lungo termine, vive della garanzia di un progetto ampio. Un voto arrabbiato e “istantaneo” infatti non potrà che esaurirsi in un rappresentante lontano, probabilmente incapace di gestire le contraddizioni del governo territoriale.

Non è un caso che ricorra l’espressione di rappresentante “a tempo” ; è cugina della formula “a uso e consumo”. E vien da chiedersi: a consumo di chi? In altri termini, c’è qualcosa di profondamente immorale nel costruire una proposta di governo sul fatalismo e sull’indifferenza, senza aspirare a sublimarle.

Che fare dunque? Quel che abbiamo provato e che continueremo a fare. Fare e farsi carico di chi non ci crede mettendolo al centro del nostro progetto politico. Comprendendo necessità e bisogni di chi non ci vuole. In questo caso i nostri coetanei.

Potrà sembrare ingenuo, ma la chiave è spesso nelle cose essenziali. È ragionando sui margini veri (sociali, politici, culturali), è stando tra le persone, che la politica può tornare a perseguire le sue più nobili aspirazioni. Solo una riflessione e un’azione improntate alla solidarietà possono allontanare le passioni tristi che in questo periodo prevalgono dentro e fuori di noi.

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