L’Ikea dell’odio da Utoya a Orlando

Terrorismo
epa05268702 (FILE) A file photo dated 18 March 2016 showing convicted mass killer Anders Behring Breivik attending the fourth and last day in court in Skien prison, Norway. A Norwegian court on 20 April 2016 found that Norwegian authorities are violating his human rights by holding him in isolation for almost five years. The right-wing mass murderer, who committed the July 2011 Norway attacks that claimed the lives of 77 people, accused the government of his country of trying to kill him by putting him in solitary confinement after he was convicted.  EPA/LISE ASERUD NORWAY OUT

Le molte analogie tra le due tragedie, nate da motivazioni opposte, illuminano il vero volto del terrorismo fai-da-te

Leggere oggi il libro di Åsne Seierstad sulla strage di Utoya (Uno di noi, Rizzoli), all’indomani del massacro di Orlando, consente di capire forse qualcosa in più di quello che sta succedendo, in America e in Europa. Certo è che le somiglianze tra le due tragedie non sono poche. Da un lato la più grave strage con arma da fuoco della storia americana, compiuta in nome del radicalismo islamico e in aperto sostegno all’Isis; dall’altra la peggiore strage con arma da fuoco della storia d’Europa, compiuta in nome di un confuso impasto di ultranazionalismo norvegese e fondamentalismo cristiano, contro il multiculturalismo e l’integrazione dei musulmani.

Motivazioni apparentemente opposte, identici obiettivi e modalità: qui il locale dove la comunità gay si riuniva per divertirsi ma anche per rivendicare la propria identità e i propri diritti, come ha ricordato Obama, lì il campus estivo dei giovani laburisti norvegesi. Luoghi di svago e insieme di presa di coscienza politica, dunque, trasformati in trappole mortali per decine di giovani disarmati, colti probabilmente in un momento di spensieratezza, ma anche di impegno. Assassinati a sangue freddo da un ragazzo come loro, loro coetaneo o poco più grande, con lo stesso telefonino in tasca e probabilmente, fino a poco prima, la stessa musica nelle orecchie (anche Breivik, come tanti protagonisti dei recenti attentati islamisti, è stato un adolescente appassionato di hip hop, e pure un graffitaro, ben presto escluso dalla banda della sua zona). A Orlando come a Oslo l’autore del massacro è un solo individuo, giovane, dai rapporti problematici con le donne e con la vita, autoindottrinatosi e verosimilmente autorganizzatosi su internet, secondo lo schema ormai classico del terrorsimo fai-da-te al tempo della disintermediazione della violenza politica, in quella grande Ikea dell’odio che fornisce oggi il format universale della rappresaglia individuale contro la società.

A guardar bene, infatti, l’analogia che più colpisce nelle due stragi è proprio l’analogia estetica. I selfie di Omar Mateen davanti allo specchio o le foto di Anders Breivik in alta uniforme (fai-da-te anche quella, peraltro), nella vanità insieme tragica e ridicola che rivelano, si assomigliano quanto si assomigliano le loro stragi, nella sadica vigliaccheria e nell’infantile desiderio di onnipotenza che nascondono dietro la loro atroce modalità: un’infinita serie di esecuzioni compiute a freddo, in luoghi chiusi o isolati, contro ragazzi indifesi e terrorizzati. Ovviamente nella strage di Orlando pesa un fattore strettamente americano: il facile accesso alle armi d’assalto. E tuttavia, come ha notato Jim Yardley sul New York Times, la strage non ha avuto una risonanza mondiale in quanto anomalia americana, ma perché è apparsa a tutti, al contrario, universale. Aggiungere Utoya all’elenco dei bersagli della follia terroristica, dal Bataclan al Pulse, non è dunque un modo per confondere le carte, negando l’evidenza della minaccia jihadista globale, ma per cercare di cogliere fino in fondo l’universalità di quella tragedia. Del resto, come sostiene Olivier Roy, la minaccia alle nostre società non viene tanto da giovani islamici che si radicalizzano, quanto da frange radicalizzate di giovani emarginati che si islamizzano, che trovano cioè nel fanatismo islamista quello che Breivik ha trovato nell’ultranazionalismo.

Tutto il resto, manuali d’istruzione compresi, lo ha fornito il grande supermarket della re te. Prendersela con la globalizzazione e le nuove tecnologie per il fatto che abbiano reso possibili simili atrocità, tuttavia, sarebbe come prendersela con l’evoluzione dell’industria navale e delle tecniche di navigazione per avere reso possibili le crociate. Su internet, grazie a internet, sono possibili molte cose: la strage di Orlando e le manifestazioni di solidarietà che ne sono seguite in ogni angolo del pianeta. In rete, lo sappiamo, si trovano i video della propaganda jihadista e tutorial su come costruire ogni genere di ordigno. Eppure, anche se il flusso nevrotico delle notizie ci spinge a credere il contrario, il mondo, come è stato documentato anche in un saggio di qualche anno fa (Il declino della violenza, di Steven Pinker), non è mai stato un posto più pacifico, meno violento e meno crudele di oggi. Se dunque è possibile parlare di un senso della storia, ebbene, la direzione in cui ci muoviamo non è certo quella auspicata dai predicatori di odio. Gli spaventosi dettagli di stragi come quelle di Orlando o Utoya possono toglierci per un momento la speranza.

Il confronto con l’abisso del male radicale può oscurare per un attimo la nostra fiducia nella possibilità stessa di una convivenza civile. Per ritrovarla, però, basta prendere quello stesso computer o quello stesso telefonino da cui siamo continuamente bombardati di informazioni allarmanti. Basta guardare su You Tube il video “multilanguage” Elsa, la principessa di Frozen, che canta Let it go, doppiata praticamente in tutte le lingue del mondo (per i tre che non lo sapessero, Frozen è un cartone animato Disney e la canzone è in pratica un inno alla rivendicazione della propria diversità contro le convenzioni sociali). Consigliamo, in particolare, la versione «behind the mic», in cui si vedono cantanti di ogni nazionalità intonare, ciascuna nella propria lingua, la stessa canzone. Donne bianche e nere, dai capelli rossi o con gli occhi a mandorla, che si muovono, e magari si commuovono, al suono della stessa musica, al significato delle stesse parole. Al richiamo di quella che un tempo, insomma, anche su questo giornale, si sarebbe chiamata forse la stessa comune umanità.

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