Ma c’è un’exit strategy?

Libia
Una foto fornita dall'Authority del Canale di Suez sul passaggio della portaerei francese Charles De Gaulle, 3 marzo 2016. ANSA / US
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il successo di una guerra dipende molto più dall’appoggio del proprio elettorato che dalle vittorie contro i propri i nemici

Probabilmente non sapremo mai bene cosa è successo ai due italiani ostaggi da mesi in Libia, e uccisi. Non lo sapremo perché in situazioni come quelle nessuno ha interesse a raccontare cosa è successo, né i nostri nemici né i nostri amici – ogni informazione rivelerebbe infatti più cose di quanto chiunque coinvolto in una guerra voglia far sapere. Il caso Regeni è qui amaramente a ricordarci questa verità. Ma perfino nella nebulosa in cui ci muoviamo, un elemento è chiarissimo: i due tecnici sono morti appena annunciato il nostro ruolo guida della colazione in Libia, subito dopo il Consiglio di Guerra tenuto al Quirinale, subito dopo la concessione delle basi italiane ai droni Usa che intervengono in Libia, subito dopo le lodi agli italiani del Segretario alla Difesa Ashton Carter e i primi bombardamenti americani sulla zona in cui poi sono stati uccisi. Insomma, considerato l’allineamento degli eventi, possiamo dire che i due morti italiani sono i primi caduti della nostra campagna di Libia, la luce verde che segna l’inizio del nostro intervento nel paese che fu una volta di Gheddafi.

E se questo è vero, ed è difficile negarlo, mentre attendiamo di sapere di più sull’assassinio dei nostri concittadini, la prima urgenza è mettere in ordine le ragioni e la natura di questa missione libica. Finora si continua a ripetere da parte italiana che andremo in Libia solo dopo la formazione di un governo libico di unità nazionale; solo se l’intervento avverrà in una cornice Onu, cioè se il governo libico ce lo chiederà, e solo come parte di una coalizione cui partecipano Francia, Inghilterra, Stati Uniti oltre a vari Paesi non occidentali. In ogni caso – continua il disegno ufficiale della missione – l’Italia ha chiesto e intende avere la guida della missione (inclusa quella militare pare, dal momento che per la responsabilità viene considerato il Generale Serra che già oggi è il consigliere militare del diplomatico tedesco Martin Kobler), con lo scopo ultimo di “messa in sicurezza” del Paese.

Come si vede condizioni chiare, nessuna delle quali però al momento si è materializzata.

1) Il governo di unità nazionale non c’è ed è sempre più chiaro che la sua formazione è una pia illusione.

2) Mentre noi chiediamo la guida della missione, i nostri potenziali alleati hanno già cominciato l’intervento: Inghilterra, Francia, Usa e, meno ovviamente, l’Egitto sono già in operazione.

3) L’uccisione dei due tecnici italiani ha cambiato le condizioni per l’Italia, che a questo punto può difficilmente rimandare una decisione sul che fare, e può ancora meno farlo con cautela.

Insomma, questo elenco ci porta a una sola conclusione: il piano A, quello fin qui elaborato, è saltato, ancora prima di essere messo in atto. Abbiamo un piano B, che riesca a rispondere alla nuova situazione createsi?

Le opposizioni hanno chiesto più di una volta a Renzi di intervenire in Parlamento per chiarire il senso di questa nostra missione. Non saranno sfuggiti al premier i molti malumori che salgono dalle file delle Forze Armate. Né le dichiarazioni allarmate dell’ex premier Prodi, grande conoscitore della Libia, che ha lanciato il suo appello: «La guerra è l’ultima cosa che bisogna fare».

Finora Palazzo Chigi ha risposto trincerandosi dietro regole, procedure, e una certa flemma, mirando a sottolineare l’ordine, la razionalità del processo in corso, e la capacità di tenere tutto sotto controllo da parte dello Stato. Ma le due morti hanno mostrato le reali condizioni della Libia. E prima che la accelerazione in corso diventi una precipitazione nel conflitto, è maturato il momento per Renzi di spiegare ai cittadini cosa esattamente intendiamo fare a questo punto.

Dirci quando o se interveniamo, quanti che svolgono le stesse funzioni. Il secondo obiettivo era l’attribuzione alla sola Camera dei deputati del rapporto di fiducia con il Governo, anche per evitare “stalli istituzionali” del tipo di quello dopo le elezioni del 2013, con l’impossibilità di formare un governo. Il terzo obiettivo era la creazione di una Camera rappresentativa delle autonomie territoriali, per avere un luogo istituzionale di definizione dei conflitti fra Stato e Regioni e limitare il contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale. Il quarto obiettivo era ritornare su quel titolo V della Costituzione, riformato nel 2001, che disciplina le competenze legislative dello Stato e delle Regioni, oggetto di molte critiche. A questi se ne possono aggiungere altri, non da poco: la riduzione dei parlamentari (con diminuzione delle spese per la politica), l’apertura verso gli istituti di democrazia uomini ora e dopo intendiamo impiegare, se davvero crediamo di poter parlare di una coalizione o se ognuno degli alleati andrà per sé, come sempre. Infine, Renzi dovrà svelarci quello che finora non è stato mai indicato nemmeno nelle migliori ipotesi del Piano A, cioè a che scopo ci muoviamo per la Libia: pensiamo davvero che possiamo portarvi una forma di “pacificazione”? O non si tratta più onestamente di ammettere che diamo il via a un intervento militare che ci porterà a una lunga forma di rioccupazione della nostra ex colonia?

Non abbiamo bisogno di dire a un politico esperto come Renzi che il successo di una guerra dipende molto più dall’appoggio del proprio elettorato che dalle vittorie contro i propri i nemici. Uno scenario tutto nuovo per il giovane premier – su cui si misurerà tutto il suo coraggio.

(Si ringrazia Huffington Post)

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