L’Europa non si fa con un referendum

Europa
epa04650053 The European Union flag waves in front of the Parthenon Temple on Acropolis Hill in central Athens, Greece, 06 March 2015. The eurozone economy showed signs of recovery in the last three months of 2014, with growth of 0.3 per cent compared to the previous quarter, the European Union's statistics office Eurostat said 06 March confirming preliminary estimates. Bailout recipients Cyprus and Greece saw their economies shrink by 0.7 per cent and 0.4 per cent respectively.  EPA/SIMELA PANTZARTZI

Per battere i populisti serve un’iniziativa politica audace, che “svegli” l’Europa su fisco, immigrazione, solidarietà

Mario Draghi, il presidente della Bce, ha fatto scuola quando ha parlato di “acque inesplorate” qualora la crisi greca fosse precipitata. Da un punto di vista politico, ora siamo in acque inesplorate, come ha anche fatto notare il presidente Mattarella.

La mia domanda è: che succede se s’indice un referendum in ciascuna nazione impegnata in consolidamento fiscale secondo regole concordate da governi democraticamente eletti? Per esempio, dal punto di vista italiano, posso immaginare l’esito di un referendum sulla riforma delle pensioni del governo Monti, che era una decisione sovrana dell’Italia, ma in un momento cruciale non solo per la nostra nazione, bensì per l’intera Europa. Ed è successo solo pochi mesi dopo l’arrivo della lettera della Bce, con cui si chiedevano profonde riforme al governo italiano. Di conseguenza l’ovvia trasposizione in slogan della nostra riforma delle pensioni è stata “l’Europa ce lo chiede”. Sono abbastanza sicura che un grande “OXI” avrebbe vinto quel referendum, qualora ci fosse stato. Eppure, grazie alla riforma delle pensioni, secondo l’analisi della commissione europea, il debito pubblico italiano è tra i più sostenibili in Europa nel lungo periodo. Siamo usciti dalla procedura per deficit eccessivo. I governi a seguire hanno continuato a perseguire l’impegno nelle riforme. Mercato del lavoro, sistema giudiziario, sistema bancario e finanziario: abbiamo annunciato, approvato e implementato un vasto numero di riforme.

Il No vincitore in Grecia è stato salutato trionfalmente in Italia da populisti di destra e di sinistra e dal Movimento 5 stelle. Una nutrita delegazione italiana è stata ad Atene a festeggiare. Perché? Perché in Italia, come in Grecia, c’è un forte malcontento contro eurocrati, banchieri e tecnocrati. Decenni di capri espiatori e la crisi economica hanno gettato benzina su questo fuoco. Tra gli italiani è diffusa l’assolutoria concezione che la nostra incapacità di investire sufficientemente in ricerca e politiche per la crescita sia diretta conseguenza del vincolo del 3%, invece che del nostro debito pubblico. Sia chiaro che è responsabilità dei partiti, anche del mio, sradicare questa concezione, anche se è difficile.

L’Unione monetaria europea è in crisi. Questo è sotto gli occhi di tutti. Sappiamo tutti che l’unione monetaria non era un fine in sé, ma un passo avanti verso l’integrazione dei mercati, delle politiche, dei popoli. Sono convinta che dobbiamo profondere molti più sforzi, e mettere in campo più ambizione. Abbiamo bisogno di un’iniziativa politica europea audace e lungimirante, condivisa dagli stati membri al più alto livello. E dobbiamo essere consapevoli che piccoli passi verso un’integrazione più stretta non possono essere sufficienti in questo contesto. Abbiamo avuto esperienza di quest’approccio negli ultimi anni: il risultato è stato insufficiente. Riconosciamo a noi stessi che non ha funzionato.

Come possiamo impegnarci per l’Europa? Non possiamo semplicemente dire “serve più Europa”. Abbiamo vissuto i limiti dell’unione monetaria senza politiche economiche armoniche e dobbiamo decidere la destinazione dell’Eurozona da qui al 2025. L’unione politica, che considero la naturale destinazione finale di un’unione monetaria, sembra fuori dalla prospettiva di molti leader europei, ma dobbiamo invece metterla al centro del dibattito politico e culturale.

Intanto: “più Europa” significa unione fiscale. Diciamolo chiaramente e valutiamo cosa significa per l’Eurozona. Non dovremmo temere i populisti su questo terreno, ma dovremmo combatterli con argomenti sostanziali. Completare l’unione monetaria significa poi costruire un’Unione accountable, basata sulla fiducia reciproca e sulla volontà di cambiare il funzionamento dell’Unione europea, allo stesso tempo riformando economie e istituzioni in ciascun stato sovrano. Il tema qui è più accountability che sovranità: se i populisti lamentano di perdere sovranità verso poteri che non rendono conto del proprio operato, dovremmo condividere le nostre sovranità nazionali ad attori accountable, in un processo accountable.

Per fare questo abbiamo bisogno di statisti in Europa, capaci di affrontare le questioni chiave invece che tirare a cavarsela. Consideriamo le recenti tragedie nel Mediterraneo, una sfida cruciale per la nostra sicurezza e prosperità. Se guardiamo i titoli dei media da ottobre 2013 (dopo la tragedia di Lampedusa) fino ad aprile 2015, troviamo la stessa espressione a definire ogni disgrazia: una “sveglia” per l’Europa. Dobbiamo ancora dimostrare che l’Europa si sia svegliata su migrazione, condivisione dei doveri, solidarietà.

È chiaro che l’Europa non può sopravvivere come “vetocrazia” su simili questioni fondanti. L’argomento è lo stesso per l’unione fiscale o per una politica sull’immigrazione: non fa differenza dal punto di vista politico. Tutto dipende da come vogliamo andare avanti sul progetto europeo. Se optiamo per una politica di piccoli passi, se decidiamo di tirare a campare, continueremo a pagare dazio alle nostre contraddizioni. E la Grecia sarà stato a quel punto solo il primo degli esempi. Credo fermamente che sia il tempo delle scelte coraggiose e impegnative, per trasformare il sogno europeo in un progetto, dandogli un orizzonte temporale definito. “Whatever it takes”, per usare delle parole ormai celebri.

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