L’Europa non può decidere sulla vita di una persona dal suo passaporto

Immigrazione
La polizia di Stato ha arrestato due presunti scafisti che erano al timone di un'imbarcazione con 281 migranti soccorsa nel mare di fronte la Libia due giorni fa. Si tratta di Yousef Noor, nato in Sudan 25 anni e N.J. egiziano di 17 anni. Gli uomini della squadra mobile di Ragusa con la partecipazione dei carabinieri e della guardia di Finanza hanno concluso le prime fasi delle indagini in 12 ore, fermando i due scafisti. Il minorenne dopo essere stato in Libia per cercare lavoro ha deciso di arruolarsi tra le fila degli scafisti offrendo la propria disponibilità agli organizzatori libici. I passeggeri hanno pagato circa 1.500 dollari ciascuno e gli organizzatori del viaggio hanno incassato quasi mezzo milione di dollari. ANSA - POLIZIA - ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING

È assurdo respingere come migrante economico chi si trova costretto a scegliere tra la certezza di una vita affamata e miserabile e la speranza di una vita dignitosa

Il concetto di “globalizzazione dell’indifferenza” è stato diffuso da Papa Francesco nel 2013 a Lampedusa. Temo però si debba riconoscere come tale espressione, complessa e ricca di significati, sia stata sottovalutata dai “potenti” a cui il Pontefice ha fatto riferimento nella stessa Omelia. Oggi, infatti, abbiamo coniato una nuova definizione europea: migrante economico. Questa, con estrema leggerezza, nasce per distinguere i profughi da tutti gli altri disperati che abbandonano la propria casa per chiedere aiuto all’Unione Europea.

La definizione di “migrante economico” è estremamente riduttiva e apparirebbe una forzatura anche applicata a un chirurgo che si trasferisce all’estero per assumere la guida di un intero ospedale. Definire migrante economico chi si trova costretto a scegliere tra la certezza di una vita affamata e miserabile e la speranza di una vita dignitosa rasenta l’assurdo.

Oggi l’assurdo si verifica sotto gli occhi di tutti. Con globalizzata indifferenza, l’Europa pretende di “rimandare a casa” chi non risulta di nazionalità siriana, irachena o somala. È la pretesa di sentenziare vita o morte di un individuo in funzione del teorico passaporto in suo possesso. Se a chiedere aiuto è una persona proveniente da un Paese che le Nazioni Unite riconoscono in guerra, gli si offre asilo e protezione. Se a farlo è una persona che fugge dai bombardamenti che investono la propria casa e uccidono entrambi i genitori, e questo Paese non è sull’elenco “vittime privilegiate”, gli si dice di ritornare a casa. Ma quale casa?

Mohammed vede morire padre e madre e si trova costretto a fuggire senza la possibilità di seppellire e piangere i propri genitori. Non ha una famiglia sicura con cui crescere e vive in un Paese instabile e pericoloso. Eppure il giovane Mohammed, minore e orfano, è solo e niente più di un migrante economico da rispedire tra le macerie di una casa distrutta dalle stesse armi che hanno ucciso i suoi genitori.

COPERTINAILBAGAGLIOsingola_300-bassaIl racconto, in prima persona, del giovane Mohammed emoziona come un romanzo d’avventura, ma non si tratta di un romanzo. L’autore dà voce alla storia vera di un bambino di nove anni, originario del Mali, la cui famiglia viene distrutta in Costa d’Avorio durante gli scontri del 2002. Questa storia è il prologo di un lavoro ben scritto che apre una importante riflessione sulla gestione dei flussi migratori. Luca Attanasio ripercorre i passi di Mohammed e di altri ragazzi che, come il giovane maliano, hanno intrapreso da soli il lungo viaggio verso l’opportunità di avere un futuro, spinti da quel nulla che si lasciavano alle spalle e dalla speranza di riuscire a rimuovere l’orrore a cui si sono trovati a dover assistere. Lo fa attraversando Paesi e colpi di Stato, guerre e miseria, emozioni e dolori dei protagonisti, corredando della componente narrativa l’evidenza di un enorme fallimento politico e umano.

È una finestra su un mondo lontano che fingiamo non esistere, ma che ogni giorno bussa alla nostra porta chiedendo un angolo sicuro di mondo in cui poter vivere. Grazie al lavoro di Luca Attanasio è possibile comprendere chi è quel migrante che protesta contro il Trattato di Dublino, che pretende di raggiungere un Paese diverso da quello di approdo – magari anche solo per compatibilità linguistica – e che rischia ogni giorno il reclutamento nelle fila della criminalità organizzata per sopravvivere in una società che lo ha rifiutato senza neanche volerlo conoscere.

«A 14 anni ero già uomo» racconta il giovane Mohammed. «Avevo bruciato le tappe e attraversato tutte le linee di confine tra l’essere un bambino, un adolescente, un giovane e mi accorgevo di vedere la realtà con occhi diversi». Dalla mia Lampedusa, ogni anno passano migliaia di migranti come lui. Ognuno possiede soltanto quello che ha indosso, e per poco ancora. Ognuno con un enorme invisibile bagaglio, come quello di Mohammed. Un bagaglio di esperienza che ha cambiato il loro modo di vedere le cose e che li ha ricondotti, nella maggior parte dei casi, a una visione essenziale della vita e dei suoi valori.

Queste sono le persone che ogni giorno respingiamo dopo averle soccorse. Lo facciamo con le leggi fino ad oggi approvate e lo facciamo individualmente quando pensiamo che esse rappresentino un problema per la nostra società e la nostra economia. Queste persone non sono ascoltate, neanche con l’ultimo ritrovato dell’Ue: gli hot spot. Esse vengono respinte senza considerare il valore che rappresentano per una Europa vecchia, fatiscente e viziata dall’istinto di conservazione. Vengono reputate la causa dei nostri mali senza valutare che cosa li spinge ad attraversare, a rischio della vita, il deserto prima e il mare dopo.

 

*L’autore è sindaco di Lampedusa.
Il testo è uno stralcio della prefazione al libro “Il bagaglio” di Luca Attanasio (Albeggi Edizioni)

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