Lettera ai sopravvissuti

Terremoto
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Quella che scende sui sopravvissuti è una grande onda di dolore che può avere effetti drammatici

Il terremoto ha un seguito di conseguenze che non riguardano solo il numero dei morti o dei feriti e l’entità dei danni provocati dalle scosse sugli edifici.
Quella che scende sui sopravvissuti è una grande onda di dolore che può avere effetti drammatici. Da subito o nel tempo. Cui spesso poco si pensa e di cui spesso poco ci si o ccupa. L’entità del dolore e la gravità del lutto sono diverse, ovviamente, da caso a caso.

C’è chi nel momento del terremoto perde una o più delle persone che gli sono più care e che si trova di fronte a un lutto che mai nessuno potrà riparare, c’è chi si ritrova illeso insieme alla sua famiglia ma piange il disastro di una casa che custodiva tutti i suoi ricordi o in cui aveva vissuto tutta la sua vita, c’è chi piange la perdita dei luoghi e delle abitudini e che è costretto ad immaginare una vita che ricomincia daccapo, in luoghi altri o in luoghi che non potranno mai comunque essere gli stessi e c’è chi ha perso solo il sentimento di sicurezza che aveva avuto fino al momento in cui ha vissuto una paura terribile.
C’è chi è giovane e si fa forza per ricominciare e chi, più anziano, pensa di non averne più il desiderio o la possibilità. Sta proprio nella specificità delle situazioni vissute da tutti coloro che nel terremoto hanno perso qualcosa, tuttavia, la necessità di offrire a tutti, e soprattutto ai bambini, una occasione di ascolto. Volta a riconoscere ed a valorizzare la sua esperienza particolare. Evitando di lasciarlo solo o sola con il suo dolore e con la sua paura.

Un pediatra e psicoanalista inglese, Donald D. Winnicott, ha scritto una volta che il trauma non lascia conseguenze solo se la persona che lo vive può piangere e gridare nel rapporto con qualcuno che lo ascolta ma sta soprattutto nella capacità di offrire, a chi viene da una esperienza traumatica grave, la possibilità di dare parole al proprio dolore il compito fondamentale degli psicologi che debbono essere chiamati ad intervenire n queste situazioni. Lo dice l’esperienza concorde di tutti quelli che di questi problemi si sono occupati, da Anna Freud e da Dorothy Burlingham che accoglievano nelleHampstead Nurseriesi bambini sopravvissuti ai bombardamenti di Londra, a Bowlby che tanto ha lavorato nella terapia del lutto anche con gli adulti. Se ne è tenuto abbastanza conto anche in questo caso? L’impressione che ho avuto al tempo dei terremoti di Avellino e de L’Aquila è che di questi aspetti psicologici e della importanza che essi possono avere per il futuro delle popolazioni colpite da un evento di questa gravità ci si sia interessati in modo assai incerto e comunque assai parziale. Con conseguenze gravi, anche e a volte soprattutto, a medio e lungo termine. Quello che accade a distanza di tempo, infatti, se troppo poco si interviene subito, è che il lutto non elaborato si ripresenta, mascherato da sintomi diversi, soprattutto di tipo depressivo, cui si danno poi risposte sbagliate, in particolare di tipo farmacologico, semplicemente perché, con un ascolto distratto o poco professionale, non si ricostruisce il nesso con le cause che li hanno determinati.

Quella che si determina da subito, però, è comunque la perdita, imperdonabile, di una occasione fondamentale per diminuire il carico di sofferenza indotto da un evento terribile e per coinvolgere anche chi più ha sofferto in una reazione comunque costruttiva. Paghiamo in modo particolarmente evidente, in queste situazioni, i costi di una politica e di una cultura troppo “me dica”della salute mentale intesa come cura delle “malattie”invece che in termini di prevenzione del disagio dei disturbi psichici che ad esso si collegano. L’Italia è stata l’ultima fra i paesi europei ad istituire dei corsi di laurea in psicologia ed a riconoscere la professione dello psicologo e dobbiamo soprattutto a questo ritardo il fatto che l’as sis tenza psicologica e la psicoterapia non siano parte integrante e significativa del nostro impegno sanitario e sociale, e diritti riconosciuti delle persone che ne hanno bis ogno. Come in questo caso. Anche se un commissario come Errani non si lascerà sfuggire, io ne sono certo, l’importanza di questo aspetto del problema. Dando lo spazio necessario, nella programmazione degli aiuti, alle competenze di chi se ne può e se ne deve occupare. Evitando quella che altrimenti si configurerebbe come una inutile moltiplicazione dei danni provocati da un evento tremendo. Il patrimonio culturale di un paese distrutto da un terremoto non è costituito solo dalle sue case, dalle scuole e dalle sue chiese. Importanti per farlo vivere o rivivere sono soprattutto le persone. Di cui dobbiamo sino in fondo rispettare il dolore e le difficoltà.

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