Leopolda. Luogo divenuto simbolo

Leopolda 2015
Il sindaco di Firenze Matteo Renzi, sul palco della Leopolda, Firenze, 26 ottobre 2013. ANSA/ MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

La Leopolda non è più una storica stazione ma lo spazio-logo di una nuova politica

«A questa gente interessa soprattutto una cosa: tornare a vincere, portare il Pd dritto a Palazzo Chigi e farcelo restare cinque anni». Così si chiudeva la cronaca che l’Unità, in quel novembre 2010, a firma di Maria Zegarelli, dedicava alla strana convention fiorentina messa in piedi da un sindaco di una nobile città collocata nella provincia dell’Impero politico e mediatico, per di più già rottamatore (e quindi poco gradito ai vertici del Partito) e da un consigliere regionale da nome di un personaggio di Walt Disney. Quell’obbiettivo di 5 anni fa è stato raggiunto, e oggi sembra del tutto normale e persino un po’ ovvio che una nuova classe dirigenti guidi il Paese e il più grande partito della sinistra italiana e europea. A sfogliare i ricordi (ovviamente spippolando su Google e scartabellando gli appunti di qualche vecchio block-notes) invece fa una certa impressione pensare a ciò che è successo, al modo in cui è successo e al tempo (pochissimo) in cui è successo.

Renzi può piacere o no. Le sue idee possono essere accompagnate da applausi o fischi, e le riforme che sta mettendo in campo il governo e il Pd possono essere apprezzate o contrastate. È giusto che sia così. È il bello della democrazia.

Ma quello che non si può oggettivamente confutare è che da quella strana tre giorni fiorentina sia nato un qualcosa di nuovo e di così potente da cambiare in pochi anni non solo gli attori, ma anche la scena della politica italiana. Non s’era mai vista prima una stazione come quella un po’ buia ma piena di trovate innovative, slogan a effetto, e con musica, immagini e filmati (in questo caso con un, più o meno consapevole, omaggio alla narrazione tipicamente veltroniana) che condivano gli interventi, non più di 5 minuti a testa e poi arrivava lo stop dei due dj-conduttori Renzi e Civati. Ed è lì che si produce uno strano mix di contenuto e contenitore che in pochi afferrano completamente. Anzi all’inizio proprio non lo capiscono. Il che può dare spazio a due letture ambivalenti: troppo avanti quelli della Leopolda, troppi indietro gli altri.

Resta il fatto che per lungo tempo tutti restano attenti solo alla scatola e non vanno a vedere dentro cosa c’è. Non si rendono conto che dentro quella vecchia fermata dei treni (del 1848) c’è una nuova partenza in cui si mischiano età, professioni e storie assolutamente differenti che i convegni o le sezioni o le assemblee non avevano mai intercettato o avevano finito per perdere lasciandole tornare a casa da sole davanti alla tv. Gli osservatori, anche quelli che avrebbero dovuto essere i più interessati visto che in qualche modo il cambiamento li avrebbe riguardati, vedevano l’involucro, che giudicavano di plastica, e non s’accorgevano che dentro c’era la politica.

Se qualcuno si domanda da dove venga il programma di governo del premier Renzi e del Pd potrebbe infatti andare a ripescarsi un po’ di video su youtube e sentire qualche intervento, o rileggere i 100 punti (dalla fine del bicameralismo, allo ius soli, alle unioni civili) scorrendo le varie Leopolde dalla prima (Prossima fermata Italia) in avanti. Progetti, idee che oggi sono altrettante riforme fatte o in dirittura d’arrivo. Ma al di là di questo, anche se in Italia non è mai cosa banale passare dalle promesse ai fatti, e riavvolgendo il nastro un po’, forse il merito indubbio che la Leopolda ha avuto è di aver di restituito passione politica a tante persone. Perché? Perché «fare la rivoluzione oggi è un imperativo morale irrinunciabile» scriveva Renzi in quel 2010. Un’obiettivo per cui, appunto, serve passione.

 

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