Leopolda 6, anatomia di un racconto

Leopolda 2015
Matteo Renzi durante il suo intervento conclusivo alla Leopolda, Firenze, 13 dicembre 2015. ANSA/ MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Il question time non funziona tanto, il discorso di Renzi la cosa migliore

Perché le cose accadano servono un luogo e un significato. Il primo le ospita, il secondo le vivifica.

Poi, perché sappiano diventare realmente un patrimonio condiviso, necessitano di un ideale, talvolta incarnato da una persona – un volto associabile a una storia – capace di farle funzionare, dopo aver contributo a crearle.

Dal 2010 al 2014, la Leopolda è stata principalmente questo: una stazione suggestiva, un popolo entusiasta, una classe dirigente in fieri, un leader carismatico, la virulenta promessa di cambiare l’Italia.

La kermesse fiorentina ha rivoluzionato i paradigmi della comunicazione politica: “pop” dislocato ovunque, scenografie immaginifiche, citazioni ad effetto occhieggianti dalle pareti, orecchiabilissime colonne sonore, video, ora ironici ora commoventi, mixati ad interventi molto televisivi dei relatori, con microfoni aperti a tutti, dai big della società civile all’ultimo dei “passeggeri”.

Senza dimenticare lospazio dedicato ai bambini che agevola la partecipazione di «mamme e babbi» e trasforma il vociare dei piccoli nel sottofondo ideale per l’intervento domenicale di Renzi, quando cala il silenzio e la sovrapposizione sprigiona una potenza simbolica che se non sei qui, nel ventre della stazione, non puoi cogliere.

Sul versante politico, invece, la Leopolda ha scandito il cammino verso Palazzo Chigi del premier-segretario, percorso con realismo machiavellico, virtù politica mista a fortunate contingenze storiche.

Ha calamitato un elettorato complementare a quello tradizionale del Pd, dialogando con interlocutori al di fuori del classico steccato della sinistra per allargare consenso attorno al partito e recuperare alla sua causa una buona porzione di outsider e delusi.

Due processi giunti a piena maturazione, alla vigilia della Leopolda6.

Da qui è scaturito l’interrogativo, aleggiato sui tre giorni: “Quale significato attribuire a “Terra degli Uomini?”.

Stretta tra la nostalgia della “lotta” e la responsabilità del “governo”, è stata a tratti un’edizione sottotono. Anche il format ne ha risentito: meno ritmo del solito, con l’esperimento del question time ai ministri non convincente fino in fondo (in platea, molti rimpiangevano i tavoli tematici).

Serviva, dunque, un salto di qualità, un nuovo significato verso il quale tendere, per accendere la passione del suo popolo, evitando che l’immagine della Leopolda, sui media e non solo, venisse scalfita dalle aspre polemiche riguardanti Maria Elena Boschi, madrina storica della kermesse, rimasta prudenzialmente ai margini.

L’ha fornito, ancora una volta, Matteo Renzi, che avrà mille difetti, ma difficilmente sbaglia un discorso,in particolare a casa sua, sotto lo sguardo della moglie Agnese, acquartierata sul lato destro del palco.

Un concentrato del suo repertorio retorico, probabilmente il migliore esibito tra queste mura scrostate.

Dai toni bellicosi ingaggiati per rispondere alla minoranza Dem, «noi il simbolo del Pd l’abbiamo tatuato nel cuore» e alle opposizioni, «il Governo non ha scheletri nell’armadio» e «chi strumentalizza i suicidi mi fa schifo», agli scanzonati pronostici su Juventus- Fiorentina. Dall’uso ricorrente della paronomasia, «non siamo il partito della nazione, ma della ragione» e «eleggendo Sergio Mattarella, abbiamo sconfitto i franchi traditori, non tiratori», alla scelta di abbattere il muro tra scena e retroscena, pubblico e privato, rendendo noto il colloquio con il padre Tiziano, raggiunto da un avviso di garanzia quindici mesi fa, per il quale la Procura di Genova ha chiesto, giù due volte, l’archiviazione: «Una vita fondata sull’onestà. Si è visto crollare il mondo addosso. Voleva replicare alle provocazioni. Gli ho risposto: “Zitto, aspetta. I tuoi figli e i tuoi nipoti hanno fiducia in te. La verità e il tempo sono dalla nostra parte». Un’astuzia oratoria utile a fidelizzare la sua “base” e a difendere, implicitamente, il Ministro per le Riforme costituzionali.

Dalla gestualità pronunciata, sublimata togliendosi la cravatta al termine di un’accalorata invettiva rivolta ai “gufi” che alimentano «disfattismo e nichilismo» allo slogan sulla bella politica, rispolverato dalle primarie fiorentine, «non faremo politica per sempre, anzi costituiremo scuole di formazione per i giovani perché è giusto che, fra qualche anno, ci rottamino; ma fin quando faremo politica, a contraddistinguerci sarà il nostro stile: a viso aperto, a testa alta».

Tocca sì le corde emotive dei suoi sostenitori, ma prova a spingersi oltre, traguardando la prossima meta da raggiungere, spiegando cioè il messaggio lasciato in eredità da questa Leopolda. «Noi sappiamo chi siamo. Ragazzi di provincia, innamorati della propria terra. Non figli del destino, ma artefici di un’occasione, che non ci è stata data, ma che siamo andati a prenderci». Il Pd, il Governo, l’Italia.

«Sarebbe però sbagliato pensare che la nostra storia finisca qui». Ecco lo spariglio. L’annuncio di mille Leopolde sul territorio, da qui al referendum costituzionale di ottobre. «Essere uomo – dice in chiusura, citando Antoine de Saint-Exupéry – vuol dire sentire che posando la propria pietra si contribuisce a costruire il mondo. Ognuno di voi deve sentirsi responsabile del cambiamento che stiamo realizzando, diventando protagonista di un passaggio storico».

La sfida è ardita, ma non impossibile da vincere. Ci sono, infatti, un luogo, l’Italia; un significato, il cambiamento invocato da inverare (il referendum sarà, appunto, la prova del nove); una persona, Matteo Renzi, e il suo popolo, quello della Leopolda, che hanno ancora qualcosa da dire.

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