Legge sul lavoro. Le differenze tra Italia e Francia

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Il Jobs Act italiano è costituito dell’estensione in forma di legge di riforme discusse e presentate per lungo tempo all’opinione pubblica. Opposto è il caso della Francia

In politica la scelta dei tempi e delle priorità è determinante. Certo è necessario che una legge sia stata discussa nel dibattito pubblico e preparata nei dettagli del suo funzionamento, ma il merito, il contenuto della legge non sono sufficienti di per sé per garantirne il successo. Ci vogliono i tempi e le priorità giuste. Questo è il caso del Jobs Act italiano e delle sue differenze con la “Loi Travail” france se. Il Jobs Act italiano è costituito dell’estensione in forma di legge di riforme discusse e presentate per lungo tempo all’opinione pubblica. Proposte di riforma che nelle loro linee principali (non nei dettagli!) sono state anche oggetto di campagne elettorali e di primarie del PD ben prima della loro estensione in forma di legge. La priorità dei temi del lavoro era condivisa da tutti, le soluzioni erano meno condivise ma sicuramente erano – almeno nei loro tratti principali- note a tutti. Il tempismo è stato perfetto: a inizio del mandato di governo, come segno distintivo dell’azione riformatrice, dopo una vittoria elettorale alle elezioni europee con un margine altissimo.

Opposto è il caso della Francia. Il tempismo –in termini di ciclo elettorale- sembra essere la caratteristica meno azzeccata della riforma francese. Il Presidente francese è in scadenza di mandato e si è già aperta la danza delle candidature e dei posizionamenti per le elezioni. Ovviamente una proposta controversa come la legge sul lavoro è una ghiotta occasione per il posizionamento di molti: la sinistra del Partito Socialista è tentata di approfittare della debolezza del governo per affermare la sua egemonia; i capi dei sindacati si buttano in politica; i deputati e i ministri si posizionano in vista del prossimo governo o addirittura pensano alle presidenziali; i capi del movimento studentesco si costruiscono l’inizio della loro carriera politica a partire dalla contestazione nelle piazze della “Loi Travail ”.

Anche il ciclo economico non aiuta. La Francia, diversamente dall’Italia che sta vedendo ora i chiari segni della ripresa, è nel secondo trimestre di PIL negativo, è tecnicamente in recessione. È più difficile sostenere la necessità delle riforme quando l’orizzonte economico si fa fosco piuttosto che quando si vede la fine del tunnel. Il Jobs Act italiano è stato attuato quando la crisi non era finita (e molti, che volevano fermare la riforma, sostenevano che bisognasse almeno aspettare la fine del ciclo) ma si poteva già vedere la luce della ripresa. Perciò si poteva usare l’argomento che le riforme del lavoro (e i generosi incentivi alle assunzioni) avrebbero favorito la ripresa- come poi si è verificato nella realtà. I dati oggi ci indicano che, al netto delle oscillazioni mensili, il mercato del lavoro italiano ha circa 400mila occupati in più di due anni fa e la maggior parte sono a tempo indeterminato. Per questa ragione anche i sondaggi d’opinione sono nettamente favorevoli alla nostra riforma mentre i sondaggi francesi sono nettamente contrari alla loro riforma. Con gli occhi di poi non sembra sia stata prudente la volontà del premier Valls di imporre la fiducia (con una procedura che esclude il Parlamento) saldando in questo modo la contrarietà del fronte interno e di quello esterno.

Entrando nel merito della riforma il Jobs Act italiano e quello francese sono assai diversi. È bastato che la Francia abbia inserito nel piano nazionale delle riforme per il 2016 che la legge “punta a favorire le assunzioni a tempo indeterminato in quanto chiarisce le condizioni che permettono di ricorrere al licenziamento per ragioni economiche”che la proposta francese è stata assimilata al Jobs Act italiano. La nostra riforma è invidiata da molti governi europei proprio perché affronta in modo determinato il problema di incentivare le assunzioni a tempo indeterminato. Ma il progetto francese su questo punto è assai debole. Inizialmente il “Projet de Loi Travail” si proponeva di fissare un tetto massimo di risarcimento in caso di licenziamento economico non superiore a 24 mensilità (uguale al tetto fissato nel Jobs Act). In seguito alle proteste il governo francese ha fatto marcia indietro e ora la legge si limita ad indicare solo criteri generali e paletti puramente indicativi per i giudici del lavoro. Al contrario del Jobs Act italiano, rimane intatta in Francia l’incertezza dei costi del licenziamento perché il giudice potrà comunque stabilire expost l’entità del risarcimento (mentre con il Jobs Act l’entità è esattamente determinata sulla base dell’anzianità).

Non c’è da meravigliarsi che la legge francese sia diversa dal Jobs Act italiano. Del resto la struttura e i problemi dell’economia francese sono assai diversi, solo per citarne alcuni: in Francia le imprese hanno dimensione media assai maggiore e le multinazionali hanno un peso assai maggiore che da noi; in Francia i sindacati sono più centralizzati che da noi (e hanno molti meno iscritti) ma esiste un salario minimo legale nazionale (i lavoratori pagati al salario minimo sono più del 10% degli occupati); infine, diversamente da caso italiano, il problema della flessibilità francese riguarda l’orario di lavoro (fissato ancora per legge a 35 ore).

Infatti la parte più importante della riforma francese è orientata a trovare delle soluzioni alle rigidità dell’orario di lavoro – un tema quasi del tutto estraneo al Jobs Act italiano. L’orario settimanale di lavoro resta di 35 ore. Ma potrebbe cambiare la remunerazione degli straordinari. La durata della giornata di lavoro attualmente non supera le dieci ore ma potrebbe arrivare a 12 in seguito a un accordo di categoria o interno all’azienda. Se la legge fosse approvata, un accordo interno all’azienda potrà ridurre la maggiorazione per il lavoro straordinario al 10 per cento (invece del 25% attuale) e le ore di lavoro settimanali potranno toccare le sessanta ore. Per evitare che i sindacati nazionali possano porre dei veti agli accordi anche se non sono presenti in azienda, la “Loi Travail” prevede che l’accordo aziendale prevalga comunque su quello di settore quando sia approvato da sindacali che rappresentino almeno il 50% dei lavoratori. Qualora rappresentino almeno il 30%, l’accor – do è soggetto a referendum da parte dei lavoratori .

In ultimo la riforma francese è stata accusata (si veda l’intervista a Fitoussi su questo giornale) di dare troppi soldi alle imprese che non hanno in cambio garantito nessun aumento occupazionale. Non siamo in grado di entrare nel merito di questo giudizio, possiamo dire che questo tipo di accusa è stato rivolto anche alla riforma italiana. Tuttavia in Italia l’aumento di occupazione c’è stato e gli incentivi all’occupazione di cui hanno goduto le imprese (e di cui hanno indirettamente goduto anche i lavoratori assunti) sono stati più che compensati con interventi fiscali a favore dei lavoratori: se gli incentivi alle imprese (temporanei fino al 2018) valgono poco più di 12 miliardi, le riduzioni fiscali (permanenti) per i lavoratori dipendenti a basso reddito valgono 10 miliardi all’anno da qui a quando un giorno qualcuno vorrà cambiare la legge.

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