Legge elettorale, ecco l’alleanza per il ritorno al passato

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È iniziata ieri la campagna per colpire le riforme, l’Italicum e il nuovo Senato, riduzione di parlamentari e costi della politica

Con la significativa sponsorizzazione del Fatto Quotidiano inizia in questi giorni una campagna opposta a quella che si svolse esattamente trentasei anni fa nella prima raccolta per i referendum elettorali.

Allora, nell’aprile del 1990, contro le chiusure del Caf, che si erano manifestate in tutta la loro durezza in una serie di voti di fiducia per impedire l’elezione diretta del sindaco, nacque un composito movimento referendario trainato da parte dell’associazionismo cattolico democratico con annessa sinistra Dc, dai radicali e dal nascente Pds. Quel movimento si basava su due innovazioni: la richiesta di sistemi in cui l’elettore non votasse solo per i rappresentanti ma fosse anche arbitro sui Governi per la legislatura, dai comuni fino al livello nazionale; la riduzione del peso dei voti di preferenza che non rappresentavano un potere reale dei cittadini ma il fixing dei rapporti tra le correnti di partito e i gruppi di pressione esterna.

I due quesiti referendari
Ora invece agli elettori vengono proposti due quesiti in direzione opposta, quindi tecnicamente e precisamente definibili come reazionari: tornare alla proporzionale pura e ampliare il ricorso alle preferenze smantellando i punti di forza dell’Italicum.

La legge 52 del 2015, applicabile sin dal prossimo luglio, ha infatti risposto alla sentenza della Corte che ha voluto evitare l’assegnazione di premi senza una soglia minima di voti e lunghe liste bloccate che non rendevano conoscibili i candidati, con due soluzioni tecniche che si sono mosse in coerenza col verdetto degli elettori del 1991 e del 1993.

Il cittadino arbitro
Il cittadino è arbitro sui Governi perché in assenza di un chiaro vincitore con più del 40% dei voti al primo turno si ricorre al sistema più democratico possibile: uno spareggio tra i primi due contendenti del primo turno in cui possono tornare in gioco tutti i voti degli elettori che al primo turno hanno scelto altri schieramenti. È quindi l’elettore che resta arbitro. Sopprimendo invece il premio e il ballottaggio tutto il potere dopo l’unico turno di voto si concentrerebbe sui vertici di partito in Parlamento, con gli esiti prevedibili che stiamo vedendo in Spagna: o una coalizione che abbraccia insieme destra e sinistra consentendo ai populisti di crescere all’opposizione dichiarandosi puri e incontaminati, oppure elezioni a ripetizione.

Nessun problema per i proponenti e per il loro quotidiano di riferimento che, facendosi promotori della supplenza giudiziaria, di un governo dei giudici contro le presunte irrazionalità del suffragio universale, si troverebbero più facilmente a loro agio.

Non solo quindi i quesiti sono tecnicamente definibili come reazionari ma lo è anche il filone ideologico su cui si fondano, sebbene in Italia sia talora etichettato in modo anomalo come di sinistra: un pensiero modernamente aristocratico, coi giudici, nuova nobiltà del sapere, che prendono il posto degli aristocratici tradizionali, contro cui il pensiero democratico era riuscito a prevalere con l’opzione per il suffragio universale. La seconda soluzione tecnica della legge era stata quella di accettare solo in parte il ripristino delle preferenze, bilanciandolo con capilista sganciati da quel meccanismo, ma ben visibili sulla scheda elettorale. Già questo era stato un punto di mediazione, dovuto al fatto che per anni si è lasciata passare troppo facilmente la tesi palesemente errata per cui le preferenze siano una risorsa per gli elettori.

Se si considera che già con la legge attuale nella lista vincente almeno 240 su 340 saranno espressione di correnti e di gruppi di interesse si capiscono i potenziali riflessi sulla coesione della maggioranza.

La campagna reazionaria sulla legge elettorale si combina anche con l’attacco alla riforma costituzionale, cosa che ha una chiara coerenza interna: niente di meglio per chi auspica una politica debole e la supplenza giudiziaria che il risultato sul Governo possa essere appeso a quello di due Camere diverse ed entrambe con potere di fiducia e che i conflitti tra Stato e Regione siano scaricate sulla Corte costituzionale anziché trovare sfogo in un Parlamento rinnovato.

Un avversario serio
Il pensiero democratico ha quindi davanti a sé un avversario serio, alla sua altezza, a cui dare battaglia in campo aperto, come accadde con l’espansione del suffragio e, più recentemente, nella stagione 1991-1993.

La prima risposta spetterà tra qualche giorno ai nostri deputati nella sesta (!) definitiva lettura della riforma costituzionale, dopo di che la parola passerà in autunno al corpo elettorale. Anche se a qualche editorialista distratto un testo con sei letture sembra improvvisato.

Ma cosa sono mai sei letture di un’Assemblea rappresentativa (ed una settima popolare) per chi ha uno sguardo aristocratico di lunghissimo periodo sulla realtà?

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