Legge 194, quel diritto negato

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Rifiutarsi di prestare soccorso a una paziente con un aborto spontaneo in atto non è obiezione, è omissione di soccorso

La storia che ci arriva in queste ore da Catania di una donna di 32 anni morta per un’infezione che si è rivelata letale, forse a causa dei ritardi nell’asportarle i feti che aveva in grembo, ha riacceso i riflettori su un problema non nuovo.

Fermo restando che rifiutarsi di prestare soccorso a una paziente con un aborto spontaneo in atto non è obiezione, è omissione di soccorso – ed è un reato – che cosa sia accaduto davvero a Catania lo accerteranno, naturalmente, le autorità competenti. Intanto, però, le prime notizie e le polemiche che ne sono seguite hanno riportato al centro dell’attenzione la questione dei medici obiettori nel nostro paese. Giusto qualche mese fa avevo interrogato urgentemente il Ministro Lorenzin dopo la condanna dell’Italia da parte di Strasburgo per la mancata garanzia di applicazione della legge 194.

L’obiezione di coscienza per l’applicazione della legge 194 fu introdotta nel 1978 e fu un grande atto politico di sensibilità per l’epoca, solo che come spesso accade quello che doveva essere uno strumento di tutela per pochi si è trasformato in uno strumento di abuso per molti. Se era legittimo nel 1978 dare la possibilità a chi esercitava già la professione di ginecologo di non praticare interruzioni di gravidanza, non si capisce perché questa tutela debba valere anche per chi ha deciso di intraprendere la carriera di medicina ginecologica in una struttura pubblica e convenzionata dopo l’entrata in vigore della legge.

La legge 194 prevede che sia competenza delle Regioni il rispetto della legge nelle Asl e nelle strutture pubbliche, ma evidentemente qualcosa non funziona se esistono regioni, come il Lazio, la Campania o la Sicilia, in cui gli obiettori sfiorano il 90% del personale medico. Il Parlamento con la più alta presenza femminile della storia della Repubblica si è dimostrato sensibile alle tematiche di genere, accesso alle cure, legge 194, codice rosa, ma molto spesso la legge dello Stato non riesce a essere applicata in modo omogeneo all’interno di tutto il territorio nazionale e le disparità tra le regioni, come abbiamo visto, sono vergognose.

È nata in questo contesto anche una parte della modifica costituzionale: togliere alcune competenze esclusive alle Regioni per farle tornare in capo allo Stato e togliere contestualmente scuse ai ministeri competenti sulla mancata applicazione delle leggi. Qualche mese fa ho presentato una proposta di modifica della legge 194, qualcuno mi ha avvisato che alcune associazioni non avrebbero gradito perché nessuno vuole toccare la 194 per paura che venga stravolta.

Visto che non credo che la politica possa avere tra i parametri di modifica di una legge la paura, ho presentato comunque una proposta, semplice: chi vuole diventare direttore di reparto di ginecologia ed ostetricia non deve essere, né essere stato nei 24 mesi precedenti, obiettore di coscienza. Perché il direttore della struttura che si rifiuti per iscritto di applicare una parte della legge dello Stato chiaramente non può garantire l’imparzialità nella gestione del reparto.

In parole povere: non è possibile avere primari di ginecologia in ospedali pubblici che siano obiettori. Arriva prima la tutela del diritto dell’accesso alle cure da parte delle donne che le aspirazioni di carriera di qualche medico, almeno così deve essere per uno Stato laico. Il nostro partito su questo deve essere il più chiaro possibile: l’interruzione volontaria di gravidanza è un diritto, la sua applicazione un dovere.

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