L’efficacia della politica economica

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Jobs Act, crescita economica, spesa pubblica: ecco come stanno le cose

Il mestiere degli organi d’informazione dovrebbe essere innanzitutto quello di fare domande scomode, sia agli esponenti di governo che a quelli dell’opposizione. Ai primi va chiesto di spiegare l’efficacia delle politiche alla prova dei fatti, ai secondi quali misure alternative sarebbero più efficaci e se i fatti stiano realmente smentendo gli obiettivi del governo.

Oggi è piuttosto chiaro che l’economia italiana non marcia come dovrebbe, ma gli argomenti dell’opposizione sono fuori misura. Il Jobs Act è un fallimento, la crescita economica è zero, la spesa pubblica è fuori controllo. Ma è veramente così? E se fosse questa la situazione, quali rimedi alternativi sono possibili? Non pretendo di essere al di sopra di ogni sospetto, ma vorrei invitare a maggiore prudenza. Basta scaricare i dati dal sito dell’Istat per scoprire una realtà un po’ diversa.

Prendiamo come periodo di riferimento l’intervallo tra il secondo semestre del 2014 e quello del 2016 (due anni esatti di politiche economiche). Gli occupati sono aumentati di 530 mila unità (dei quali 378 mila sono dipendenti a tempo indeterminato), il tasso di attività (cioè il rapporto tra forza lavoro e popolazione in età lavorativa) è aumentato di 1,7 punti percentuali, il tasso di disoccupazione è diminuito di un punto, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) si è ridotto di 5,7 punti.

Il tasso di crescita del Pil degli ultimi due anni è cresciuto meno di quanto inizialmente previsto (la crescita per il 2016 dovrebbe attestarsi tra lo 0,8 e l’uno per cento), ma abbiamo accorciato la distanza con i paesi dell’Area Euro. Negli ultimi 3-4 anni lo scarto rispetto al tasso di crescita medio dell’area è sceso a mezzo punto percentuale, la metà di quello registrato tra il 2002 e il 2012 e più o meno pari al decennio 1991-2001. Non cito questi numeri per raccontare una storia felice e nascondere i problemi. Il governo ha il compito di ribaltare la situazione in cui è caduta l’Italia da almeno vent’anni e non possiamo accontentarci di una debole ripresa. Le cose da fare sono note. Occorre principalmente ridurre la pressione fiscale, migliorare la qualità di infrastrutture essenziali, come l’istruzione e la giustizia, rendere più efficiente il mercato del lavoro e la contrattazione, rafforzare il sistema creditizio e rendere più equa la spesa sociale.

Il governo ha messo in campo una serie di misure su questi temi che in gran parte realizzano progetti e programmi lungamente attesi e condivisi ben oltre il centrosinistra, come la riduzione delle aliquote effettive sui redditi da lavoro dipendente nella fascia bassa della distribuzione (gli 80 euro), gli sgravi contributivi sui nuovi assunti, i contratti a tutele crescenti, l’ampliamento dell’indennità di disoccupazione, la riforma della Pubblica Amministrazione, la riduzione dell’Ires, la riforma delle banche popolari, ecc. In questi giorni il governo ha trovato una soluzione alla questione dell’anticipo pensionistico che ritengo saggia ed equilibrata. I sindacati avrebbero voluto di più, ma il costo di una riduzione generalizzata dell’età pensionabile supera la soglia oltre la quale il nostro debito pubblico tornerebbe a crescere, creando allarme presso gli investitori e scaricando, ancora una volta, il peso delle politiche di rientro fiscale sulle spalle dei nostri figli. Ricordiamoci che, ancora adesso, la spesa previdenziale cresce più di ogni altra posta del bilancio pubblico e dobbiamo reperire maggiori risorse dove il disagio sociale è più acuto, come poveri e disoccupati.

Tuttavia, la riforma Fornero è troppo rigida, perché non consente ai lavoratori anziani di uscire dal mercato in anticipo anche se disposti a rinunciare a una parte della pensione. Quest’opzione è ora possibile, ma il costo di uscita è redistribuito tra i lavoratori in modo equo. Chi si trova in condizioni di particolare disagio, perché disoccupato, perché a basso reddito o per il carattere usurante delle prestazioni, potrà uscire senza costi. Per gli altri soggetti l’Ape è tecnicamente un prestito a lunga scadenza, ma il rischio è interamente a carico del sistema pubblico. Su alcuni fronti il governo poteva agire con più coraggio e alcune misure potevano essere evitate. Ad esempio, sarebbe necessario maggiore impegno nella riduzione degli incentivi alle imprese e del numero di società partecipate di comuni e regioni (anche per attuare più rapidamente un processo di consolidamento dei servizi pubblici e delle public utilities) e un disegno ampio di riforma della scuola superiore e dell’università. Tra le cose che avrei evitato metterei l’abolizione totale e indistinta dell’imposta sulle abitazioni principali per concentrare più risorse sulla riduzione del cuneo fiscale. Ma, nonostante questi dubbi, siamo comunque di fronte a un impegno di modernizzazione del Paese che deve essere ulteriormente perseguito.

Non ho, invece, compreso quale sia il programma dell’opposizione. Essa preferisce lanciare bordate contro l’euro, allarmare l’opinione pubblica sull’immigrazione o promettere sussidi indiscriminati (come il reddito di cittadinanza) che non hanno copertura finanziaria e potrebbero ulteriormente scoraggiare l’offerta di lavoro. Questa povertà di argomenti e la mancanza di alternative credibili non sono una buona notizia per il nostro Paese e spiegano come mai le istituzioni europee guardino con preoccupazione al referendum costituzionale. Il centrodestra preferisce rigettare una riforma che aveva inizialmente condiviso pur di cacciare il governo in carica, ma la vittoria del no getterebbe il Paese in una situazione politica molto complicata, da cui nessuno trarrebbe vantaggio, e fornirebbe la prova ulteriore che la nostra classe dirigente non ha intenzione di cambiare.

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