L’economia e l’effetto riforma

Economia
Il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan durante l'incontro-dibattito su Italia e Gb e sfide Europa all'Aspen, Roma, 3 febbraio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

Se l’Italia subisce più di altri paesi le conseguenze della crisi generale, ciò è dovuto agli errori compiuti negli anni passati

L’economia italiana, nonostante sia riuscita a creare in meno di due anni oltre 500 mila occupati in più, sta andando peggio di quanto sperato. Le cause sono ormai palesi: da un lato il forte rallentamento del PIL mondiale e del commercio internazionale, e dall’altro il peso delle inefficienze strutturali accumulate negli ultimi venti o trent’anni che frenano la competitività, ingenerando sfiducia ed incertezza negli investitori e nei consumatori.

L’analisi del Centro Studi Confindustria presentata da Luca Paolazzi alla presenza del ministro Pier Carlo Padoan delinea un quadro molto preoccupante sia per quest’anno, quando la crescita dovrebbe fermarsi allo 0,7% sia, e soprattutto, per l’anno prossimo per il quale il Csc prevede una salita del Pil di appena lo 0,5%. Si tratta di numeri che altre istituzioni come Banca d’Italia e Prometeia hanno trovato molto pessimistici, e che il ministro dell’Economia ha contestato soprattutto perché queste previsioni non incorporano gli effetti della manovra in corso di preparazione per la legge di stabilità e che – a parere di Padoan – dovrà vincere le paure influendo in maniera positiva sulle aspettative, accelerando, di conseguenza, il tasso di crescita.

L’analisi della situazione, in estrema sintesi, mette in evidenza per quanto riguarda il lato internazionale, una forte caduta del ritmo di crescita del PIL che dovrebbe passare dal 3,2% al 2,4%, ed una ancora più forte contrazione del commercio estero che è visto scendere da un +6,8% ad appena un +1,8%. Da notare che la caduta del tasso di crescita del commercio internazionale al di sotto della crescita del PIL testimonia l’intensificarsi di politiche protezioniste che, in barba ai proclami dei vertici dei capi di Stato, molti paesi stanno adottando con il rischio di ripetere il grave errore commesso dopo la crisi del ’29 quando le politiche autarchiche hanno reso più difficile la ripresa.

Se l’Italia subisce più di altri paesi le conseguenze della crisi generale, ciò è dovuto agli errori compiuti negli anni passati (il «quindicennio sprecato», dice l’analisi della Confindustria) e quindi alle inefficienze che si sono accumulate nel sistema che hanno ridotto la produttività ed il potenziale di crescita. I freni sono ben noti: burocrazia, norme complesse e poco chiare, giustizia lunga ed imprevedibile, tassazione elevata, infrastrutture carenti, istituzioni del mercato del lavoro non funzionali ad una corretta mobilità, concorrenza frenata.

Su molti di questi temi, il Governo ha varato una serie di riforme che devono essere ora implementate con costanza e che dovranno contribuire ad un mutamento culturale per poter dispiegare appieno i loro effetti. Le riforme, infatti, danno i risultati attesi solo nel medio periodo e quando sono in numero sufficiente da formare una «massa critica» in grado di cambiare i comportamenti dei cittadini e far percepire con chiarezza a tutti che sono possibili prospettive positive.

Le ragioni di fondo della stagnazione italiana vanno quindi ricercate a monte degli interventi strettamente economici, e attengono al funzionamento delle nostre istituzioni e alla paralisi decisionale indotta dai troppi livelli di potere politico in perenne competizione tra loro. Per questo il presidente Boccia ed il ministro Padoan si sono trovati pienamente d’accordo nell’auspicare un voto favorevole al referendum per modificare la Costituzione. È il primo passo per avere governi più stabili e quindi capaci di impostare politiche di riforme a lungo termine, e per mettere un po’ di ordine tra i compiti dello Stato e quelli delle Regioni. Sulle cose da fare nell’immediato bisogna lasciar cadere ogni illusione che esista una ricetta miracolosa, o qualcuno con la bacchetta magica capace di sanare rapidamente gli squilibri italiani.

Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia è stato particolarmente netto nell’auspicare che la prossima legge di stabilità sia incentrata sull’obiettivo di migliorare la competitività, quindi su una politica dell’offerta e non sul sostegno alla domanda attraverso bonus vari o riforme delle pensioni troppo costose, anche considerando che dai dati del Centro Studi emerge chiaramente che gli ultra sessantacinquenni non hanno finora subito decurtazioni di reddito significative.

Una politica dell’offerta deve puntare sul sostegno alla produttività anche attraverso la detassazione dei contratti aziendali, su efficaci incentivi agli investimenti ed all’innovazione e su apposite agevolazioni per facilitare la raccolta di capitali da parte delle imprese al di fuori dei canali bancari. In sostanza, non è possibile seguire la strada di uno sfondamento senza limiti dei vincoli alla spesa pubblica mentre quel po’ di flessibilità che l’Europa dovrà accordarci dovrà essere usata per sostenere le riforme e per un effettivo rilancio della base produttiva. Padoan ha sostanzialmente concordato con questa impostazione.

Da un lato ha confermato la riduzione dell’Ires e di altre misure per alleggerire il carico fiscale sulle imprese. A suo parere poi bisognerà varare una serie di provvedimenti di carattere micro economico per agevolare il reperimento di mezzi finanziari da parte delle imprese e per stimolare l’innovazione. Un ruolo importante dovranno giocare gli investimenti pubblici per i quali il problema non è solo di risorse ma di snellimento delle procedure e di implementazione della nuova disciplina degli appalti.

Nonostante il rallentamento congiunturale che stiamo subendo, la possibilità di un rapido recupero dipende molto dal consolidarsi del clima di fiducia da parte dei cittadini sul nostro futuro. Molto dipenderà dall’esito del referendum sulla Costituzione che con la vittoria del Sì renderà chiaro a tutti nel mondo la volontà del paese di cambiare, di superare le antiche inefficienze e di imboccare un percorso nuovo. Ma anche la legge di stabilità dovrà confermare questo clima di ritrovata serietà e puntare su un progetto di medio termine capace di farci riprendere il posto che meritiamo tra i paesi più sviluppati dell’Occidente.

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