Le vene aperte del Brasile

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Oggi dovremmo chiederci se una eventuale condanna può bastare a interrompere il percorso politico e sociale avviato o se non sia il caso, invece, di consolidarlo

Lula dovrebbe spingere a guardare al Brasile col metro lungo della storia degli ultimi 500 anni. Un paese, ricco di una natura generosa ma ai vertici mondiali per diseguale ripartizione del reddito, con decine di milioni di poveri, ha subito la bramosia di europei prima e nordamericani dopo, si è affacciato al XXI secolo con alle spalle una storia di sopraffazione, violenza e sangue. Un Paese che è sempre stato «colonia», sfruttata per le materie prime e per la manodopera che produceva beni di consumo per i mercati nordamericani ed europei, senza favorire una industrializzazione e un mercato locali. Una massa sconfinata di miserabili pareva destinata a perpetuare se stessa, mentre il benessere di ristrette élite politiche e agrarie deteneva il potere a suon di colpi di Stato e dittature.

Oggi fortunatamente la via democratica ha avuto ragione dalla storia. Il Brasile, nonostante le contraddizioni, conta su una Costituzione democratica. Politiche di redistribuzione e istruzione hanno permesso a più di trenta milioni di persone di uscire dalla povertà. È stata una rivoluzione (nonviolenta), impresa collettiva di popolo e di generazione, ma anche di una classe dirigente che ha prodotto la transizione. E il leader democratico di questa generazione, quello che incarna il cambiamento, divenuto simbolo del riscatto delle masse oppresse ed effige della via democratica all’emancipazione è Lula, un metalmeccanico del nord-est (il loro sud) che da Presidente si è dato un grande e semplice obiettivo: fame zero. In questo modo ha dato dignità di cittadini a oltre 30 milioni di poveri. Un grande merito dell’ex presidente è stato proprio quello di rifiutare conflitti violenti per agire nell’ambito della democrazia, dell’accettazione del mercato, delle regole internazionali, dell’amicizia con Europa e Usa, ma senza subalternità.

L’impulso delle politiche pubbliche ha innescato una trasformazione economica e sociale del Brasile, avviando una vera industrializzazione e creando un ceto medio diffuso. Il gigante si è svegliato nel giro di due lustri. Lula lo ha collocato tra i Paesi che ricercano una alternativa da sinistra al mercato e alla finanza selvaggia che ha prodotto le peggiori crisi economiche della storia. Tutto questo è stato Lula: l’uomo che ha dato al Brasile quell’«altro giorno» di cui parlava Chico Buarque in Tuo malgrado, canzone del 1970 per anni censurata dal regime. Dentro questa svolta storica, Lula ha commesso degli errori? Sicuramente sì (con l’Italia il nefasto “caso Battisti”). Dei reati? Mi auguro di no. La giustizia farà il suo corso. Ma colpe e macchie non potranno cambiare la storia. E non dovranno minare il cammino del Brasile. Oggi le forze della reazione, spaventate da quei 30 milioni di nuovi cittadini, cercano di colpire il simbolo di quel cambiamento, per operare una vendetta politica. Colpendo il «mito» Lula, si tornerà a raccontare che «tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera» e a riprendere vecchie pratiche economiche, sociali e politiche. In Italia, per esempio, dopo Mani pulite è arrivato Berlusconi.

Oggi dovremmo chiederci se una condanna per reati come quelli imputati a Lula può bastare a interrompere il percorso politico e sociale avviato o se non sia il caso, invece, di consolidarlo. La prima risposta sarebbe un passo indietro pericoloso per il Brasile e l’America Latina che deve ancora chiudere tutte le sue vene aperte. E Lula può chiuderle.

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