Le tante ragioni della riforma costituzionale

Riforme
La preseidnte della Camera, Laura Boldrini e il residente dell'associazione italiadecide, Luciano Violante, durante il convegno "Semplificare è possibile: come le pubbliche amministrazioni potrebbero far pace con le imprese" presso la sala della Regina alla Camera. Roma, 13 aprile 2015. ANSA/CLAUDIO PERI

L’elezione diretta dei senatori è un tema politico non costituzionale

1. La riforma costituzionale dev’essere approvata non per fare un piacere al presidente del consiglio, ma perché il protrarsi del problema costituzionale immetterebbe tossine inquinanti in tutto l’ordinamento politico. La stagnazione del sistema parlamentare non può trascinarsi oltre. Un ennesimo fallimento colpirebbe tutta la politica e scatenerebbe reazioni che indebolirebbero la credibilità dell’intero Paese sul piano interno e sul piano internazionale. Di questi drammatici effetti del fallimento devono tener conto tutte le forze responsabili.

2. Questo assunto non presuppone che tutto vada bene nel testo all’esame di Palazzo Madama. La questione del rafforzamento dei poteri del futuro Senato è stata già posta dal presidente del consiglio nell’incontro con i senatori pd ed è la strada giusta per ottenere un soddisfacente equilibrio tra le due camere. Il Senato non deve diventare una “camera morta”. Deve essere una camera autorevole, seppure su un terreno diverso da Montecitorio. Nel futuro Senato andrebbero soprattutto potenziate le funzioni di controllo piuttosto che le funzioni legislative, per non precipitare in una sorta di piccolo bicameralismo che non gioverebbe a nessuno. Un effetto di rafforzamento potrebbe derivare dall’inserimento nel Senato dei presidenti di Regione

3. I rapporti tra Stato e Regioni continuano ad essere confusi. L’abolizione della competenza concorrente ha portato ad una sorta di ritaglio di identiche materie, chiamate con nomi diversi. E’ previsto, ad esempio, che le Regioni si occupino di “pianificazione territoriale”, mentre lo Stato ha competenza esclusiva in “governo del territorio”, “di ambiente e di ecosistema”, di “beni culturali e paesaggistici”. Queste sovrapposizioni genereranno conflitti tra Stato e Regioni. Ne trarrà vantaggio il reddito di molti studi legali e si sposterà ancora una volta sulla Corte Costituzionale, il compito di stabilire i confini delle competenze tra Stato e Regioni. D’altra parte se la politica rinuncia al compito di dare un ordine al Paese è inevitabile che se ne occupino i giudici.

4. Per l’elezione del presidente della Repubblica è previsto il quorum dei tre quinti dei votanti a partire dal settimo scrutinio. Ne esce indebolita la figura del Capo dello Stato, che potrebbe essere eletto, dopo sette defatiganti tentativi, con una maggioranza minima, visto che si fa riferimento non a tutti i parlamentari, ma solo ai votanti. Sarebbe il caso di riflettere sulla possibilità del ballottaggio tra i due candidati più votati, dopo la terza votazione. Avere un Presidente della Repubblica rapidamente eletto e fortemente legittimato è tanto più necessario a fronte del peso che acquisirà il capo del governo, comunque si chiami, che l’Italicum dota di una sorta di investitura diretta, potenziata da una maggioranza assoluta di cui, grazie al premio, potrà godere il suo solo partito.

5. Lascio per ultimo il problema della elezione diretta dei senatori. Non perché sia una questione minore; ma perché ormai é una questione prevalentemente politica, non costituzionale. E’ certamente possibile prospettare questa soluzione; ma sarebbe difficile spiegare per quale ragione senatori e deputati, tutti eletti direttamente non dovrebbero essere titolari degli stessi poteri. Per trovare un punto di equilibrio si potrebbe stabilire che al momento del voto per la elezione dei consigli regionali l’elettore indichi sulla scheda il nome del candidato al consiglio regionale che, se eletto, dovrà essere anche candidato al Senato. Sulla stessa scheda l’elettore potrà indicare il nome del sindaco che egli candiderebbe al Senato. I più votati formeranno la lista dei candidati senatori, sottoposti al voto del consiglio regionale. Le opposizioni chiedono che il principio vada posto all’articolo 2. Ma questa soluzione aprirebbe le porte a migliaia di emendamenti che seppellirebbero nel ridicolo l’intero procedimento di riforma. Il senatore Calderoli, che pure ha una importante esperienza politica, pensa di danneggiare il governo con i suoi cinquecentomila emendamenti. In realtà danneggerebbe la credibilità del Senato e dell’intero Parlamento, cosa che un’opposizione dovrebbe sempre guardarsi dal fare perché proprio il Parlamento è il luogo nel quale le opposizioni possono esercitare il loro potere. A questo punto sarebbe più saggio cercare una diversa collocazione, come da più parti è stato proposto.

6. In definitiva, la fase esige ragionevolezza da parte di tutti e consapevolezza che in gioco non c’è solo il governo, ma la reputazione del Paese, della politica e del Parlamento. La reputazione si guadagna con gli anni e si può perdere in una sola giornata. Spetta a tutti i parlamentari e al governo far sì che quella giornata non veda l’alba. Occorre esercitare l’etica della persuasione e abbandonare l’etica della imposizione, alla quale purtroppo si é fatto troppo spesso ricorso e non solo da parte del governo.

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