Le strane coppie del Nì. Achille Occhetto e Fabrizio Barca

Referendum
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La quinta puntata della rubrica a cura di Francesco Cundari

Achille Occhetto. Il leader comunista che sognava il governo

Facile la vita dell’uomo politico che al termine di una lunga carriera già prodiga di gratificazioni e riconoscimenti, come se non bastasse, si sia tolto anche la soddisfazione di vedere il suo nome sui libri di storia. Ben più difficile per chi, come Achille Occhetto, sui libri di storia sia stato catapultato non alla fine, ma all’inizio della sua carriera di leader. A ripensarci oggi, stupisce che non ne sia nato un modo di dire: diventare segretario del Pci nel 1988. L’anno prima della caduta del Muro di Berlino.

È pur vero che Occhetto agli inizi difficili è abituato. «Se mi fossi chiamato Marco, Antonio, o che ne so, tutto sarebbe stato più semplice fin dall’asilo e dalle elementari. Ma no, mi chiamarono Achille», ha scritto in uno dei suoi numerosi libri autobiografici. Ma pure Achille «sembrò forse un appellativo troppo delicato, quasi effeminato, perché come secondo nome mi chiamarono Leone». E già nel tono di queste considerazioni, in bilico tra autoironia e autocommiserazione, si avverte il sentimento dominante di tutta la vicenda che lo vedrà protagonista: quello di un condottiero riluttante, capo quasi suo malgrado, malinconico Achille chiamato dal destino a compiti che sente forse più grandi di sé.

Appena diventato segretario, come primo atto simbolico del «nuovo corso», sceglie l’inaugurazione di un monumento a Palmiro Togliatti. Forse non l’occasione migliore, a ripensarci oggi, per definirlo «inevitabilmente corresponsabile» delle pagine più buie dello stalinismo. Stesso bersaglio dell’artico – lo cheBiagio de Giovanniavrebbe scritto non molto tempo dopo sull’Unità, «C’era una volta Togliatti e il comunismo reale», considerato quasi una prova generale della svolta. Non per niente, il grande antagonista del segretario sarebbe stato sempre Massimo D’Alema, il più togliattiano dell’ultima generazione comunista. E chissà se tutto questo al nuovo segretario del Pci era già chiaro, o gli si presentò in quel momento alla mente come una profezia, quando l’Unità salutava la sua nomina con un articolo di Fausto Ibba intitolato: «Il togliattiano eretico». Dove il primo aggettivo era forse rituale formula di benedizione, e il secondo, in accezione positiva, già più decisa concessione allo spirito del tempo.

Di sicuro, con Occhetto, la storia non è stata più generosa di quanto lui lo sia stato con Togliatti. L’uomo che ha chiuso il Pci e innescato la fine della Prima Repubblica, infatti, è rimasto intrappolato sulla soglia della nuova epoca. Schiacciato dalle accuse di nuovismo e personalizzazione della politica, in tempi in cui il massimo della personalizzazione era farsi scappare ogni tanto un individualistico e autoritario «io penso», al posto del più collegiale e democratico «noi pensiamo». Ma forse anche vittima di quella sua retorica solenne e così poco televisiva, d’altri tempi insomma, come il completo marrone sfoggiato nello storico faccia a faccia con Silvio Berlusconi (al quale qualche buontempone ha dedicato persino una pagina facebook: «Il completo marrone di Occhetto», raccogliendo ben 3337 «mi piace»). Quella stessa retorica che un tempo lo aveva fatto guardare con sospetto per ragioni diametralmente opposte. «Occhetto è diventato famoso – scriveva Ibba con calcolata prudenza–per le sue immagini estemporanee lanciate sul mercato politico. E in questo gusto si manifesta indubbiamente un tratto della sua personalità cresciuta nella tradizione del Pci e tuttavia segnata da guizzi di “eresia”».

Il guizzo decisivo, naturalmente, lo riservò perla Bolognina. Quando annunciò al mondo, nel bel mezzo di una commemorazione della Resistenza – proprio come Gorbaciov davanti ai veterani della Seconda guerra mondiale – che per non perdere le conquiste frutto di tante battaglie occorreva ora «inventare strade nuove». Alla forza evocativa di una così solenne rappresentazione mancava forse un solo dettaglio: le telecamere. Ai giornalisti, epoca ingenua, nessuno aveva pensato. Unici presenti, il cronista dell’edizione bolognese dell’Unità e un giovane praticante dell’Ansa, che all’uscita domandano al segretario se le sue parole lascino presagire anche un cambio del nome al Pci. «Lasciano presagire tutto», risponde lui.

Beh, con il senno di poi, tutto-tutto-tutto forse no. Certo non che quel guizzo improvviso si sarebbe risolto in un divorzio lunghissimo e straziante: passato attraverso ben due congressi (uno per decidere se, l’altro per decidere come), un anno di discussioni, dibattiti, autoanalisi. Dal 12 novembre 1989 al 3 febbraio 1991, atto di nascita del Pds. Peraltro nato subito sotto una cattiva stella, con l’increscioso incidente del voto per l’elezione di Occhetto a segretario che non raggiunge il quorum, i delegati che se ne tornano a casa ignari di tutto, qualcuno che prova a dire di richiamarli indietro e ricominciare da capo, mentre gli operai già smontano i grossi tubi innocenti dell’allestimento. E il leader in attesa d’incoronazione, ferito e offeso, che molla tutto e si ritira a Capalbio. La storia della sinistra italiana nei successivi vent’anni concentrata in mezza giornata.

La falsa partenza non frena comunque lo slancio di Occhetto, che si butta subito nella battaglia referendaria al fianco di Mario Segni. Alle elezioni del 1992, all’alba di Tangentopoli, arriva però la primamazzata: Pds al 16per cento. Occhetto non demorde e insiste sulla sua linea: rinnovamento, referendum, maggioritario e apertura alla società civile. Per un momento, dopo la vittoria alle amministrative del 1993,sembra funzionare. Molti lo vedono già premier. Ma nel ’94 arriva il secondo colpo: Silvio Berlusconi scende in campo e sbaraglia la «gioiosa macchina da guerra» dei progressisti. Alle europee, pochi mesi dopo, il terzo: Forza Italia balza al 30 per cento. Occhetto si dimette. Gli succede D’Alema.

La rottura definitiva col partito arriva però solo nel 2004, quando Occhetto tenta la strada della lista con Antonio Di Pietro alle europee. Anche qui, la somma non fa il totale: l’Italia dei valori passa dal 4 per cento al 2. La sera dei risultati, Di Pietro dichiara l’esperimento fallito in diretta tv.

Promotore infaticabile di associazioni e movimenti, per un Grande Ulivo o per una nuova sinistra, Occhetto aderisce alla «sinistra democratica» di Fabio Mussi e poi a Sel. Sempre a metà tra vecchio e nuovo, ha guardato all’ascesa di Matteo Renzi con benevola diffidenza. E anche sul referendum ha mantenuto una posizione di frontiera, comunque ancorata ai punti di riferimento di sempre: «Il referendum su se stesso e il no di D’Alema sono due facce della stessa medaglia».

Leader solitario, umorale e secondo i critici perfino rancoroso, almeno su questo la storia gli ha reso piena giustizia: se infatti non si può dire che lo scorrere del tempo abbia lenito la sua vena polemica nei confronti dei successori, il passare degli anni e il mutare delle fortune hanno però dimostrato che a ognuno di loro, in quanto a rancore, Achille Occhetto aveva ben poco da insegnare.

Fabrizio Barca. Il ministro tecnico che sognava il partito

Da che mondo è mondo, non c’è uomo politico che non aspiri a lasciarsi alle spalle quanto prima la dura gavetta della vita di partito, quella frustrante routine fatta di continue riunioni in stanze chiuse, piene di fumo e di gente che urla, infinite mediazioni e interminabili discussioni su questioni organizzative e problemi di lana caprina. Non c’è politico che non cerchi di attraversare una simile trafila il più rapidamente possibile, per andare subito in parlamento, e magari al governo, a occuparsi dei più gravi problemi del paese.

E poi, invece, c’è Fabrizio Barca.

Brillante economista e dirigente del Tesoro, Barca ha esordito in politica direttamente da ministro, chiamato da Mario Monti al dicastero della Coesione territoriale. E da allora in poi, non c’è stata candidatura al parlamento, al governo, alla guida delle Nazioni Unite o di qualsivoglia fronte politico che non abbia rifiutato, non c’è stata ora libera che non abbia immediatamente impegnata fino all’ultimo minuto utile, per dedicarsi a un’unica, irresistibile, divorante passione: il partito, le sue strutture e le sue sezioni, ma soprattutto i suoi problemi organizzativi.

Intellettuale raffinato, è tra i pochi uomini politici, se politico vogliamo considerarlo, che possa vantarsi di avere letto tre volte Guerra e Pace(per spiccare nel parlamento attuale, di cui comunque non fa parte, forse bastavano anche due, ma è chiaro che l’uomo ci tiene a non sfigurare). La passione per la politica deve averla ereditata dal padre Luciano, storico dirigente del Partito comunista. Da questo punto di vista, insomma, lo si può considerare figlio d’arte. E se i politici di domani dovranno fare i conti con immagini e aneddoti dei loro primi passi diffusi su facebook dai genitori di oggi, tra filmini delle vacanze e foto in costume da uomo ragno, i primi vagiti di Fabrizio Barca sono da tempo a disposizione degli studiosi, dentro un’opera in tre volumi dal titolo: «Cronache dall’interno del vertice del Pci». Laddove si legge ad esempio, tra un commento alle dichiarazioni di Togliatti sul pericolo di guerra atomica e una discussione sulla correttezza della genealogia filosofica De Sanctis-Labriola-Gramsci, alla data 8 marzo 1954: «È nato Fabrizio. Eravamo ieri al cinema Alfieri ad ascoltare Ada Marchesini Gobetti quando Gloria mi ha sussurrato che le si erano rotte le acque. Per l’emozione sono scattato in piedi infilando la tasca della giacca nel bracciolo della poltrona e lacerando il pezzo più importante dell’unico vestito completo che possiedo».

Considerato dai detrattori come un professorino antiquato e snob, non è comunque così antiquato da non sapere usare Twitter. Il tweet più famoso è forse quello in cui qualche anno fa aveva concentrato i pilastri della sua formazione, dove tra un innocuo «Celentano» e un più ostico «LVBsonata111» (ragionevolmente riferibile a Ludwig van Beethoven), svettava addirittura un’espressione in cirillico, solo per solutori più che abili. Per gli amici: Guerra e Pace. Ma il tweet più rappresentativo del singolare rapporto intrattenuto con i suoi follower è quello del 13 ottobre 2013: «Ecco perché ho letto Guerra e Pace 3 volte. Kutuzov antesignano della mobilitazione cognitiva». E se non sapete chi era Kutuzov, perché non avete letto Tolstoj, passi. Ma se non sapete cos’è la «mobilitazione cognitiva» vuol dire che non avete letto nemmeno una delle 55 pagine del documento con cui Barca lanciò il suo guanto di sfida alla politica, e allora non ci siamo proprio.

Conteso da tutti i maggiori giornali e da tutte le principali televisioni, per lanciare il suo manifesto politico Barca sceglie infatti la formula del documento su Scribd (piattaforma di condivisione di documenti on line). Qui lancia le idee di «partito palestra», «sperimentalismo democratico» e, appunto, «mobilitazione cognitiva». E non manca di stigmatizzare, parafrasando Raffaele Mattioli, il «catoblepismo» dei partiti. La discussione filologica sull’origine del termine, ovviamente, prevale ben presto sulla filosofia complessiva del documento. Tra gli interventi più autorevoli resta indimenticabile quello degli Elio e le storie tese, in qualità di precursori, avendo cantato già molti anni prima di Barca: «Catoblepa, Catoblepa/ Io ti dono le mie Tepa/ per il viaggio che conduce all’Aldi – là». Per i pochi che ancora non lo sapessero, Catoblepa è animale mitologico, cui Mattioli si riferiva per indicare il rapporto malato tra banche e industrie dopo la crisi del ’29, e che Barca utilizza per analogia a proposito dei partiti (le Tepa erano invece scarpe da ginnastica prodotte dall’azienda Tepa Sport).

Le facili ironie sul suo lessico ricercato non hanno comunque frenato lo spirito di iniziativa di Barca, che anzi ha cominciato a mettere subito alla prova le sue teorie, con una serie di progetti locali, i «luoghi ideali». E così, quando Matteo Orfini ha dovuto mettere mano alla riorganizzazione di un Partito democratico scosso dalla tempesta di Mafia Capitale, ha chiamato lui, per una «mappatura» dell’organizzazione. Di tutti gli incarichi cui si possa aspirare nella vita, senza ombra di dubbio il più ingrato, rognoso e impopolare. Barca, ovviamente, ha accettato subito. Il commento più gentile è stato quello di Giuliano Ferrara sul Fo g l i o : «La democrazia facile e infida di Matteo Orfini e di Fabrizio Barca è una mappatura, un googlemaps all’amatriciana». Barca è il «testimonial superintelligente, una specie di vice Saviano con appeal se possibile appena più modesto, della verità e conformità degli affari politici a uno standard che le lobby dell’Onestà hanno fissato una volta per tutte».

Condivisa con Orfini la sua quota di fischi e insinuazioni anche dopo la defenestrazione della giunta Marino, Barca se ne è tornato al suo lavoro, continuando a esprimere le sue idee in lunghi e pacati interventi sul web. Come questo: « L’Elefante il Cavaliere: promemoria sul referendum costituzionale». Inutile dire che il Cavaliere non ha niente a che fare con Berlusconi (e l’Elefante nulla a che spartire con Ferrara). Macché. Barca non utilizza il gergo del giornalismo politico, ma una metafora dello «psicologo morale Jonathan Haidt». Metafora che rappresenta sentimento e ragione: «Il primo è l’Elefante che con la sua potenza guida le nostre decisioni. La seconda è il Cavaliere che monta l’Ele – fante: sa guardare lungo e intravede rischi e opportunità e per questo si è guadagnato un ruolo (sussidiario), ma solo se riesce a comunicare con l’Elefante». Il quale, com’è noto, è molto paziente, dunque avrà anche capito la ragione per cui alla fine Barca non voterà né Sì né No. Noi, meno pazienti, sospettiamo si tratti semplicemente della sua invincibile renitenza a rispondere a un quesito, quale che sia, con un semplice monosillabo.

Puoi rileggere qui le prime quattro puntate

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