Le sfide del sindacato

Dal giornale
Annamaria Furlan Cisl

La Cisl ha dato un giudizio positivo su alcuni provvedimenti previsti dal governo nella Legge di stabilità, tuttavia, molti rimangono i “buchi neri” su cui il sindacato continuerà il suo pressing

Oggi più che mai abbiamo bisogno di unità e coesione sociale per sconfiggere il terrorismo, rilanciando il processo di integrazione Europea con una politica comune della sicurezza, dell’inclusione e della solidarietà.

Ma facendo molto di più anche sul piano della crescita e delle misure necessarie per favorire l’occupazione per i giovani, le donne, gli immigrati, attraverso maggiori investimenti pubblici e privati, uscendo dalle politiche del rigore, come ha più volte sollecitato anche il presidente della Repubblica, Mattarella.

In quest’ottica, la Cisl ha dato un giudizio positivo su alcuni provvedimenti previsti dal governo nella Legge di stabilità a cominciare dall’abolizione della Tasi sulla prima casa, che era una delle proposte contenute nella nostra legge-riforma di iniziativa popolare sul fisco, presentata ai primi di settembre. Anche l’estensione della no tax per i pensionati è una delle battaglie storiche del sindacato e sarebbe un errore non intestarsi oggi questo risultato da cogliere, speriamo, fin dal prossimo anno. Cosi come è importante il ripristino della tassazione al 10% della contrattazione di secondo livello e prevedere l’intero sgravio fiscale del “welfare aziendale” che rappresenta uno dei punti più innovativi delle future relazioni industriali incentrate sulla partecipazione dei lavoratori per alzare la qualità dei prodotti e favorire il livello competitivo delle aziende.

Tuttavia, molti rimangono i “buchi neri” della Legge di stabilità su cui il sindacato continuerà il suo pressing per le opportune modifiche. Si va dagli stanziamenti davvero miseri previsti per il rinnovo dei contratti pubblichi (sabato le categorie manifesteranno unitariamente a Roma), alle misure insufficienti per stimolare la crescita e gli investimenti, in particolare nel Mezzogiorno e nelle aree depresse del paese. La conferma della decontribuzione per i neo assunti deve essere collegata al credito d’imposta per favorire la creazione di nuovi posti di lavoro. Se non si modificano, poi, le norme troppo rigide della legge Fornero sull’età pensionabile (le più penalizzanti e ingiuste in Europa) ripristinando una giusta flessibilità in uscita, ci saranno poche possibilità di “turn over” nelle aziende e nel pubblico impiego.

E poi c’è l’ennesimo taglio al finanziamento ai Caf ed ai patronati. Per questi ultimi la riduzione di risorse arriva dopo quella già pesante dello scorso anno, senza contare che l’erogazione del fondo avviene a rimborso di spese già sostenute dagli stessi patronati, visto che lo Stato non ha versato ancora il saldo per il 2012 e i conguagli per i rimborsi degli anni successivi. La riduzione delle risorse interviene sul finanziamento di attività già svolte: è come se ad un’azienda, dopo che questa ha erogato un servizio, venisse tolta una parte dei ricavi. Una situazione davvero incresciosa. Inoltre, questa manovra rischia l’incostituzionalità, dato che il fondo per i patronati è alimentato da una piccola percentuale dei contributi previdenziali sulle buste paga dei lavoratori che il governo vuole utilizzare per la fiscalità generale.

A chi saranno destinati ora questi soldi? Si vuole spianare la strada a consulenti privati e faccendieri costringendo i cittadini a pagare per prestazioni cui hanno diritto per legge?

Il governo da una parte alza la soglia del contante ed incentiva pure il gioco d’azzardo; dall’altra, taglia i servizi di assistenza ai cittadini più deboli offerti gratuitamente dai patronati, senza mettere mano ad una riforma del settore che potrebbe fare chiarezza e trasparenza su chi offre davvero un servizio di pubblica utilità e di qualità ai pensionati, ai disoccupati, agli immigrati.

Questo ennesimo taglio delle risorse comporterà solo la fine dei servizi svolti dai patronati in maniera sussidiaria e gratuita nel nostro paese, con un aggravio di oltre 650 milioni per l’intera Pubblica amministrazione – 570 milioni di euro solo per l’Inps – e con almeno 3.000 persone che rischiano di restare senza lavoro.

Ci chiediamo, insomma, quale sia la “ratio” di questo provvedimento e per questo speriamo che il governo ed il Parlamento ci ripensino subito, azzerando i tagli e ponendo le basi per una riforma seria di questo settore così importante per i cittadini e per il nostro paese.

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