Le riforme rilanceranno il Pil

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La strada per riportare l’Italia ad occupare il posto che le spetta nel mondo è più lunga di quella che inizialmente si poteva pensare, a causa di fattori esterni

Mentre alcune indagini come quelle sulla fiducia dei consumatori e degli imprenditori, così come quelle sulla diminuzione dei disoccupati continuano a dare segnali confortanti sull’andamento dell’economia italiana, altri indicatori,come quelli sul Pil segnalano invece un lieve indebolimento del tono della congiuntura tanto che, secondo l’Istat, a fine anno forse non avremo una crescita dello 0,9% ma ci fermeremo allo 0,8%.

Insomma l’Italia sembra faticare non poco a recuperare un livello di crescita più robusto, adeguato alle sue ambizioni ed alle esigenze di riassorbire in fretta le conseguenze della lunga crisi recessiva che è iniziata nell’ormai lontano 2009. Per cercare di capire quali sono le ragioni di strutturali che sembrano tenere il nostro paese inchiodato sui bassi fondali, occorre distinguere i fenomeni di breve periodo da quelli che invece risalgono ad oltre trent’anni fa e che hanno generato una stratificazione di inefficienze il cui superamento richiede riforme profonde.

Nel breve periodo il rallentamento della produzione industriale sembra dovuto all’indebolimento della domanda estera legata alla crisi di Russia, Cina e dei paesi emergenti, ed al mancato decollo degli investimenti che pur avendo interrotto il calo, stentano ancora ad imboccare la strada di una vigorosa ripresa. Però i dati Istat appaiono in contraddizione con altre indagini settoriali come quelle sul turismo, sul traffico autostradale, e sugli acquisti di immobili, che invece segnalano incrementi piuttosto robusti che poi non si ritrovano nella crescita del Pil. Anche il settore bancario, che pure è ritenuto l’anello più debole della nostra struttura economica, segnala un incremento dei prestiti non solo ai privati (soprattutto mutui) ma anche alle aziende per finanziare progetti di crescita. Infine la disoccupazione è scesa all’11,5% con una riduzione di 410 mila disoccupati in un anno.

Anche in questo caso non manca qualche contraddizione dato che aumentano i disoccupati giovani e soprattutto gli “inattivi” cioè coloro che sono fuori dal mercato del lavoro. Ma nel complesso non c’è dubbio che anche sul fronte del lavoro si manifesta un cambio di tendenza: la disoccupazione ha smesso di salire e, lentamente, sta cambiando verso.

Tutti questi indicatori congiunturali, che peraltro non tengono ancora conto delle conseguenze dell’attacco terroristico a Parigi e del rischio di una estensione del conflitto armato in Medio Oriente, non devono far pensare ad un peggioramento delle aspettative sulle prospettive delle economie occidentali. Gli Stati Uniti confermano il buon andamento congiunturale tanto che la Federal Reserve dovrebbe annunciare un primo, seppur modesto, aumento dei tassi d’interesse, mentre la Banca centrale europea dovrebbe aumentare la forza della propria politica espansiva per riportare più in alto l’inflazione europea ed allo stesso tempo indebolire ancora il cambio dell’Euro rispetto al dollaro, il tutto con il fondamentale obiettivo di dare nuovo ossigeno alle esportazioni del nostro continente. Quello che sembra frenare ancora l’economia italiana è soprattutto la difficoltà a superare la moltitudine di inefficienze e sprechi che ingabbiano da ormai molti anni il nostro sistema rendendo difficile un rapido cambio di passo.

La Pubblica Amministrazione è ancora un elemento frenante di qualsiasi innovazione non soltanto per il costo del suo funzionamento, ma anche per il mare di vincoli che rendono incerti i tempi di ogni nuova intrapresa. Non si riesce a fare sistema nella ricerca e nell’innovazione, mentre il merito stenta a farsi strada nel mondo del lavoro dove un’affermazione (se vogliamo di buon senso) come quella fatta recentemente dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, per legare le retribuzioni più ai risultati che all’orario, suscita una levata di scudi da parte di un sindacato che dimostra ancora la sua ostinazione a non voler fare i conti con la modernità. In definitiva per rafforzare la struttura della “nave Italia” e di conseguenza metterla nelle migliori condizioni di poter navigare nelle acque internazionali che non si preannunciano tranquille, occorre evitare di indebolire l’azione riformatrice anche se i cambiamenti suscitano inizialmente molte paure e forti resistenze. Non si può pensare, insomma, di prendersi una pausa per far digerire il molto che si è già fatto, e magari distribuire a pioggia qualche bonus per far toccare con mano a molte persone i progressi che sono stati compiuti, ma bisogna assolutamente continuare a tenere alta la tensione verso il cambiamento, magari riprendendo dei temi che negli ultimi tempi si è un po’ trascurati (forse a causa dello scandalo di Roma), come quello della trasparenza e della lotta alla corruzione.

La strada per riportare l’Italia ad occupare il posto che le spetta nel mondo è più lunga di quella che inizialmente si poteva pensare. Occorre quindi aggiornare la narrazione facendo capire con una maggiore chiarezza dove vogliamo andare e che vogliamo costruire una società dove ci sarà un miglioramento per tutti quelli che saranno disposti a fare la propria parte.

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